Bessi: la difesa dei giornali è la difesa di noi stessi

Bessi: la difesa dei giornali è la difesa di noi stessi

Sono convinto che uno dei primi provvedimenti del nuovo governo Pd-5Stelle sia quello di rivedere il taglio ai contributi per l’editoria, cioè ai piccoli giornali di informazione che sono la spina dorsale dell’informazione italiana, perché sono loro che informano i cittadini su cosa succede dove vivono, su come si comportano le amministrazioni, su quali siano i problemi e così via. Questo sostegno esiste in ogni Paese democratico, e in parecchi casi è molto più sostanzioso di quello che era previsto in Italia. I motivi per i quali ritengo prioritario mettere mano al provvedimento di taglio dei contributi sono sia ideali sia pratici. In primo luogo, quando parliamo di democrazia, la libertà di stampa è uno dei concetti più forti ed essenziali per definirla. Metterla in pericolo, limitarla, significa ridurre i diritti dei cittadini ad accedere a ogni fatto e opinione, potendo scegliere e giudicare.

E’ uno dei pilastri del modello occidentale di comunità insieme alla separazione dei poteri e alla possibilità di scegliere chi ci deve governare. Vale la pena ricordare cosa scrisse uno dei primi presidenti Usa e grande difensore dei principi della libertà, Thomas Jefferson: «E se dovessi decidere se è meglio avere un governo senza giornali o giornali senza governo, non esiterei un momento a indicare la seconda soluzione. E dico che ogni uomo dovrebbe avere a disposizione i giornali ed essere in grado di leggerli».
In secondo luogo il pluralismo delle fonti di informazione va sostenuto al di là delle dinamiche di mercato, perché stiamo parlando di un servizio di utilità pubblica, come la scuola o i trasporti. Forse ci accorgeremmo meno di un’eventuale scomparsa dei giornali rispetto a quella di autobus e treni, per il carattere immateriale di questo servizio, ma sarebbe altrettanto grave. Anzi di più. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ce lo ha ricordato più volte, l’ultima pochi giorni fa, annunciando che era stato raggiunto un accordo per formare un nuovo governo. E ha voluto sottolineare come «il confronto tra prospettive differenti è prezioso per me e per chiunque. Ancora una volta sottolinea il valore della libera stampa.»
Il diritto dei cittadini a essere informati è stato messo a rischio da un provvedimento del precedente governo, che prevede un taglio progressivo dei contributi a sostegno dell’editoria fino all’azzeramento nel 2022. Eppure i contributi previsti dalla legge precedente, che era stata chiamata non a caso Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, sostenevano soltanto organi di stampa gestiti da cooperative, non quindi i grandi giornali di proprietà di gruppi economici.
Come esponente del Pd, chiedo al mio partito di impegnarsi perché si riveda il provvedimento e si ripristini il sostegno alla stampa, recuperando l’idea virtuosa che era alla base della legge del 26 ottobre 2016: il pluralismo. Perché o la società moderna è in grado di assicurare il pluralismo dell’informazione, dei punti di vista, oppure deve rinunciare alla propria essenza democratica. Ogni volta che la libertà di stampa viene ridotta o messa in pericolo in qualche modo è un dovere civico difenderla, perché proteggendola stiamo proteggendo anche la nostra libertà.
Se chiuderanno le testate locali, i giornali che svolgono l’indispensabile funzione di condividere con i cittadini quelle informazioni che altrimenti resterebbero nascoste o limitate a gruppi esclusivi, sarà come togliere la voce alle comunità locali, sarà come ridurre in silenzio la possibilità di controbattere, di partecipare, di esporre la propria opinione. Che è un diritto fondamentale della civiltà moderna. La scomparsa dei giornali locali sarebbe una ferita sul corpo stesso della società: gli anglosassoni ci ricordano che la stampa è il watchdog, il cane da guardia, del potere. E senza cane da guardia il potere è libero di fare ciò che vuole.
Il precedente governo aveva giustificato la soppressione dei contributi dicendo che come ogni attività economica anche i giornali debbono sopravvivere restando sul mercato. È lo stesso slogan che ritorna spesso quando si parla di cultura, di teatro o di musica. A tutti quelli che credono nella competizione sul mercato come a un infallibile dio pagano vorrei ricordare che la democrazia non è gratis, non lo è mai stata. Se non impieghiamo risorse per sostenere gli strumenti che la nutrono, come una libera e plurale circolazione dell’informazione, la democrazia s’indebolisce e scompare.
La difesa dei giornali è la difesa di noi stessi, del nostro diritto a sapere e della nostra dignità di persone. Di quell’articolo 21 della Costituzione che recita, ricordiamolo, “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Chi crede che il mondo ideale sia quello dove le informazioni passano da piattaforme progettate e gestite da miliardari, che non si fanno scrupolo a vendere i nostri dati personali al migliore offerente ha già accettato di essere un servo.
Le idee sono ancora, e lo saranno per sempre, l’arma più forte che hanno i cittadini per essere protagonisti della vita civile e non individui sottomessi. Per questo il sostegno alla stampa non è un’opzione ma un dovere per un Paese civile quale l’Italia vuole essere. Spetta al governo ritornare sui propri passi: ripristinando il sostegno all’editoria, curerà anche la ferita che è stata inflitta alla nostra democrazia.
(*) Consigliere regionale Pd

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