Bertinoro, morì folgorato sul camion: tre condanne

Bertinoro, morì folgorato sul camion: tre condanne

BERTINORO. Morì a 29 anni folgorato mentre era al lavoro in un terreno agricolo a Pontemaodino, in provincia di Ferrara. Ora, a cinque anni dalla tragedia che il 16 febbraio 2015 costò la vita a Claudio Bucci, si è chiuso il processo. Tre le condanne: un anno e otto mesi di reclusione (con la sospensione condizionale della pena) per Antonio Garbin, che all’epoca era il proprietario del fondo agricolo in cui avvenne l’incidente, stessa condanna per Fabio Zanetti, zio e titolare dell’azienda di trasporti per cui lavorava la vittima. Per entrambi la procura aveva chiesto quattro anni. Un anno e quattro mesi invece per Paolo Sturaro, l’agricoltore che cercò di aiutare Bucci a togliersi con il camion dal fango nel quale era rimasto bloccato (anche in questo caso è stata applicata la sospensione condizionale della pena). Per i primi due l’accusa aveva chiesto una ulteriore condanna a cinque anni e tre mesi di reclusione per aver violato le norme di sicurezza. In questo caso però gli eventuali reati, essendo passati ormai cinque anni, sono andati prescritti. Disposta anche una provvisionale di 25mila euro a favore della parte civile, la nonna della vittima, assistita dall’avvocato Renato Cappelli.
Quel giorno il 29enne, che viveva a Fratta Terme, scaricando un carico di letame, era rimasto impantanato con il camion nel terreno. Così Sturaro aveva tentato di aiutarlo agganciando il camion con un trattore. Ma durante la manovra il cassone che era sollevato dopo aver scaricato il letame aveva urtato contro i cavi elettrici dell’alta tensione. Si era sprigionata così una serie di scintille che aveva messo in allarme i due facendoli scendere dai mezzi. Ma una volta a terra Bucci decise di risalire con l’intenzione di abbassare il cassone e liberare così il camion. Ma ormai la cabina si era ricaricata di elettricità e quando Bucci la toccò nuovamente fu folgorato da una scarica di circa 15mila volt che non gli lasciò scampo.
«Quando scese il mezzo non era elettrificato – spiega l’avvocato Cappelli – perché la corrente era saltata per l’urto. Quando cercò invece di risalire era stata automaticamente ripristinata e questo gli fu fatale. In sede processuale abbiamo dimostrato che non ci fu un comportamento abnorme da parte del lavoratore come invece sosteneva la difesa degli imputati. La sentenza di oggi, partita da una iniziale richiesta di archiviazione alla quale ci eravamo opposti, ci consente di affrontare con serenità il processo in sede civile».

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