RAVENNA. Secondo i piani, diventando proprietario della Berkan B, avrebbe dovuto gestire i lavori di demolizione della motonave semiaffondata e ormeggiata nella banchina della pialassa del Piombone. Un lavoro di certo delicato. Loriano Bernardini, perito industriale 64enne originario di La Spezia, aveva deciso di svolgerlo servendosi di un solo dipendente; e non di un operaio altamente qualificato, bensì di un ex cuoco senza alcuna formazione specifica. Tant’è che al primo controllo la capitaneria di porto lo aveva sorpreso lavorare senza protezioni, se non le scarpe antinfortunistiche e una giacca a vento sbruciacchiata. Una parentesi surreale nella travagliata vicenda della gestione del relitto, per la quale l’ex proprietario ha ricevuto un decreto penale di condanna per violazioni in materia di sicurezza sul lavoro. Ma anziché accettare l’ammenda di 6.750 euro, si è opposto chiedendo di estinguere il reato con l’oblazione. Scelta che però non è arrivata a compimento. Così la vicenda prenderà ora la strada del rito abbreviato, come concordato dal difensore, l’avvocato Michele dell’Edera, davanti al giudice per l’udienza preliminare Corrado Schiaretti.
La discutibile modalità di demolizione era stata accertata il 5 marzo del 2018. Bernardini aveva ottenuto la motonave dalla Mediterranean Ship Recycling, che a sua volta, il 17 novembre del 2017, aveva comunicato la cessione all’Autorità Portuale, chiedendo poi il sub ingresso del nuovo proprietario nei lavori di demolizione oggetto di concessione da parte dell’Ente di via Antico Squero.
È bastato un controllo per scoperchiare una gestione delle attività che secondo il capo d’imputazione faceva acqua da tutte le parti: nessun documento di valutazione dei rischi, né documentazione tecnica indicante le fasi preparatorie ed esecutive. Il “cuoco demolitore” lavorava da solo a bordo, senza presidi antincendio in regola: estintori scaduti, manichette scollegate, accavallate e in cattivo stato. In caso di emergenza nessuno lo avrebbe soccorso. E se mai ci fosse stato qualcuno, avrebbe faticato a raggiungere i tre salvagenti legati tra loro con un’unica cima, di lunghezza tra l’altro insufficiente. Non c’era illuminazione di sicurezza, né un impianto per la ventilazione o per verificare che tra le vasche piene di liquami e combustibili l’aria fosse respirabile.
Da questo tentativo di demolizione “casereccia” si è poi sviluppata parte dell’inchiesta portante che riguarda il relitto abbandonato. Quella coordinata dai pm Alessandro Mancini e Angela Scorza, che vede indagati tre alti dirigenti di Autorità Portuale con l’ipotesi di inquinamento ambientale e una sequenza di condotte omissive. Perché nel frattempo sono stati molteplici gli sversamenti di sostanze nella pialassa, con tanto di moria di pesci e uccelli a ridosso della vicina oasi. Un’indagine che non ha ostacolato la gara per la rimozione e demolizione del relitto, vinta da Micoperi (con mandanti Isolfin e Albatros) per circa 9 milioni di euro. Cifra e procedura che – salvo nuovi imprevisti – dovrebbero cancellare ogni traccia della Berkan B.

Argomenti:

berkan b

pialassa

ravenna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *