Beppe Fenoglio

LONGIANO. Sulle prime mi è sembrato improbo indicare i miei dieci libri preferiti, se non a prezzo di troppe e dolorose esclusioni. Poi ho pensato di sceglierli non in base al valore assoluto che gli attribuisco, o a quanto mi siano piaciuti, ma per la valenza formativa che hanno avuto su di me, e riconosco quando leggo e scrivo.
Devo perciò partire dall’infanzia, dalle sere in cui mia madre leggeva a voce alta alla famiglia pagine di libri che le erano cari, fra cui ricordo Dumas, Guareschi, Jerome e Wodehouse. Era una pratica molto inusuale già allora, ma a noi piaceva, e di qui esce il mio primo titolo, Il corsaro nero di Emilio Salgari, che mi è rimasto dentro non tanto per le avvincenti gesta dei pirati, ma per certi interni, la cabina della nave, la taverna, o la casa del notaio in cui i nostri si trovano assediati, in cui per la prima volta mi incantò come uno scrittore possa far vedere, toccare, annusare ciò che racconta.
Negli anni del liceo a Cesena e dell’università a Bologna, fra i più begli incontri ci fu quello con Conservatorio di Santa Teresa di Romano Bilenchi, romanzo paradigmatico per me, sia per l’adolescenza rappresentata come età di tormentata e inquieta armonia, sia per la limpidezza della scrittura, di quello che Maria Corti definì uno «stile di vetro», a cui ho sempre cercato di ispirarmi.
Poco dopo fu la volta dei classici, e ancora mi domando come nella turbinosa giovinezza vissuta in quegli anni 70 trovassi il tempo per leggere gli oceanici testi di Joyce, Tolstoj, e Dostoevskij, e Alla ricerca del tempo perduto di Proust, quello che mi sedusse di più, mi rivelò quale sconfinata profondità un’opera letteraria sia in grado di raggiungere. Nello stesso periodo rimasi folgorato anche da Belli e dannati di Fitzgerald, che divorai in tre consecutivi pomeriggi, seduto su una panchina di Piazza Aldrovandi, in uno stato di ebbrezza dovuto allo scoppio della primavera e al non meno vitale e smagliante stile dell’autore.
In I ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio trovai la Resistenza rappresentata come un’epopea straordinaria e spogliata di ogni retorica, e soprattutto uno stile unico, capace di fondere epos, crudezza e pietas con intensità e asciuttezza impareggiabili. Lo elessi a modello di scrittura, e ho riletto e studiato Fenoglio per il resto dei miei giorni.
Tempo di uccidere di Ennio Flaiano fu un illuminante viatico per il viaggio che feci in Eritrea nel 1993, fondamentale per la mia ricerca su scrittura, storia e memoria, dalle guerre coloniali al dramma epocale dell’immigrazione, che non non ho più abbandonato da allora.
Mi restano solo poche righe per i maestri incontrati negli ultimi decenni.
Vuoi star zitta per favore è il libro che amo di più di Raymond Carver: brevi racconti, esili storie di vita quotidiana, che si caricano di tensione in forza di uno stile scarno, spolpato fino all’osso, da cui ho appreso che le parole non sono mai neutrali: o aggiungono o tolgono forza al racconto.
Trilogia della frontiera di Cormac McCarty mi ha folgorato, perché ero già adulto e non speravo più di incontrare scrittori capaci di creare un universo narrativo inedito e di tale potenza, e lo stesso miracolo si è prodotto con I detective selvaggi di Roberto Bolaño, romanzo magmatico e fluviale, pieno di inventiva stilistica e poetica.
L’ultimo posto libero va a Nove racconti di Salinger, che lessi da giovane e ho poi riscoperto più volte, ammirato da una narrazione che si regge, come anche in Carver e McCarty, solo su fatti, gesti e dialoghi. Che “mostra senza dire”, regola aurea della scrittura.

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