RIMINI. Lo spettacolo delle automobili che invadono la marina è imponente. Un giornale ne conta «migliaia e migliaia, d’ogni marca e monumentalità» parcheggiate lungo i viali, nelle piazze, nei giardini delle ville e degli alberghi; «persino sulla spiaggia». Mai visto tanto traffico, tanta confusione e tanta gente a zonzo per il lido. Un pienone da capogiro, paragonabile a quello che impazza nei nostri giorni durante una delle tante notti “rosa” che “deliziano” il litorale. Un accostamento calzante, questo, ma irrituale perché avvenuto 90 anni fa, quando le piacevolezze della vacanza non consentivano ancora certe tumultuose divagazioni. A fornirci le notizie della sensazionale giornata sono i periodici dell’epoca: siamo alla vigilia di Ferragosto e la folla che la sera converge sul piazzale del Parco fino a gremirlo proviene da ogni parte del litorale adriatico. Una «vertigine da Broadway», azzarda compiaciuta la rivista Ariminum di luglio/agosto 1930.

Il piazzale del Parco – oggi piazzale Fellini – è l’area a monte dello Stabilimento balneare che, stando ai cronisti, è «il più bel parco della riviera». Racchiuso su tre lati dal Kursaal e dalle palazzine municipali Roma e Milano – completamente ristrutturate –, mostra dalla parte rivolta verso la città la suggestiva Fontana dei quattro cavalli marini, opera in cemento di Filogenio Fabbri inaugurata il 29 giugno 1928. Un “angolo di paradiso” mirabilmente curato nei dettagli e destinato a sede di grandiosi convegni artistici e di sagre popolari. Detto questo, torniamo alla serata di giovedì 14 agosto 1930 e andiamo a sbirciare l’insolito scenario che ha richiamato la nostra curiosità.
Un evento irripetibile
Nelle prime file di questa straordinaria arena, che riempie di orgoglio i riminesi, siedono le più alte cariche politiche e civili della città; al posto d’onore pavoneggia Augusto Turati (1888-1955), segretario nazionale del partito fascista. L’indomani, sulla spiaggia di Marebello a poche centinaia di metri da Bellariva, l’illustre ospite presenzierà all’inaugurazione della Colonia marina “Duce”. Dietro, nelle poltroncine numerate, è sistemata la massa degli spettatori, silenziosa e immobile, pienamente consapevole di assistere ad un evento culturale irripetibile. Al di là della staccionata, che racchiude l’area riservata e pagante, si accalca la marea di gente che non è potuta entrare. Tante le persone arrampicate sugli alberi o appollaiate su sostegni di fortuna. Tutti in attesa di assistere al concerto che ha per protagonista il più popolare e osannato tenore del momento: Beniamino Gigli (1890-1957).
La manifestazione, molto pubblicizzata dalla stampa, e la strepitosa carriera del cantante non potevano che suscitare un clima di grande attesa e partecipazione. Dopo aver studiato vocalizzo al conservatorio di Santa Cecilia a Roma, Gigli esordisce a 24 anni al Sociale di Rovigo nella Gioconda di Ponchielli. Tre anni dopo è già alla Scala, diretto da Arturo Toscanini (1867-1957). Nel 1920 debutta al Metropolitan di New York e qui, dopo la morte di Enrico Caruso (1873-1921), è acclamato il più degno erede del tenore partenopeo. Fanno da contorno alla sua esibizione altre star della lirica: Matilde Favero, Elvira Casazza, Lina Pagliughi e il giovane baritono concittadino Igino Zangheri (1908-1990): il fior fiore del bel canto italiano. L’orchestra è formata da oltre 100 professori ed è diretta dall’abile bacchetta del maestro Giuseppe Podestà (1886-1964). Grande entusiasmo e battimani per tutti, ma per Gigli, in questo particolare momento amato e vezzeggiato dal popolo italiano, il fragore del consenso raggiunge l’apice e un tripudio di ovazioni accompagna la sua esecuzione. La sua «voce d’oro» dal timbro delicato e dolcissimo ricca di vibrazioni, oltre che di uno «sbalorditivo avvicendarsi ed intensificarsi di effetti», incanta il parterre e soprattutto i numerosi critici presenti. Il Popolo di Romagna il 18 agosto parlerà di «successo travolgente», di «avvenimento memorabile, unico nella storia balneare della città».
Di Gigli oltre alla voce si apprezza la generosità: si dice che gran parte dei suoi introiti vadano a potenziare opere caritative. Spesso canta per beneficenza e non mancano le estemporanee esibizioni sulle piazze per la gente semplice che non può permettersi il costo del biglietto. Per il “Concerto del Parco” non percepisce un centesimo: il ricavato è tutto a favore dell’Opera Nazionale Balilla Riminese.
Con la città malatestiana Beniamino Gigli terrà nel tempo un rapporto molto amichevole. Un legame affettivo che prende il via nell’agosto del ’23, quando al Vittorio Emanuele (oggi Amintore Galli) si cimentò nell’Andrea Chénier di Giordano: un’interpretazione magistrale, subissata di applausi. In questo massimo teatro cittadino tornerà a compiacere il pubblico alla fine di agosto e nei primi giorni di settembre del ’32 con la Tosca di Puccini. Canterà di nuovo nel luglio e nell’agosto del ’34 con Manon Lescaut di Massenet e con l’Andrea Chénier di Giordano. Sempre fatto segno di calorosa accoglienza.
Dopo la guerra fu dimenticato
Dopo la guerra la sua arte e il suo altruismo verranno dimenticati. Accusato di collaborazionismo con i fascisti, per avere allietato con la sua voce la partenza per il fronte dei soldati italiani – confondendo l’amore per la patria con l’adesione alle sciagurate decisioni del governo –, prima rischierà la fucilazione, poi graziato, verrà epurato. Per qualche anno l’Italia ufficiale lo ignorerà relegandolo nella soffitta del dimenticatoio. Qualche codardo, mosso da rancore politico e protetto dal buio della notte, avrà persino la sfacciataggine di scrivere sulle mura di cinta della sua casa di Recanati: «Trombone gonfiato».

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