Bellaria, “La belarioesa” si ferma ma non si arrende

Il Covid l’ha stoppata di nuovo, ma la compagnia teatrale in dialetto La belarioesa non s’arrende. «L’appuntamento è per l’autunno», assicura Mario Bassi, 70enne bellariese doc nonché referente, ideatore e regista di tutti gli spettacoli. «Dopo la chiusura a febbraio 2020 – precisa – le prove erano ripartire nell’ottobre 2021, arenandosi a dicembre per l’insorgere di 5 positività. Così dopo un confronto con gli organizzatori, abbiamo deciso di non complicarci la vita, guardando il bicchiere mezzo pieno: la commedia ce la ritroveremo già pronta al rientro». Nel dettaglio si trattava di una pièce ambientata in un agriturismo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando questa formula ricettiva, allora agli albori, accoglie un gruppo di villeggianti che sperando in chissà quale vacanza da sogno, si ritrova alle prese con i problemi tipici della campagna, dalle zanzare in poi». Un’altra sfida per la compagnia nata nel 1976, dove Bassi è passato al timone 6 anni dopo. Ora può contare su una ventina di persone, inclusi i suggeritori, rispetto ai 15 degli esordi. A mutare in modo netto lo scenario che prima della pandemia stringeva attorno agli attori nei teatri parrocchiali un «pubblico di 150 persone sino ai 400 ospitati da quelli di Bellaria o dei dintorni, Titano compreso». Certo è che la nostalgia è canaglia, non solo ripensando alle emozioni che riserva il palco, ma anche alla consuetudine di vedersi per 3 mesi di prove due volte a settimana. «Sono nate amicizie che si sono cementate nel tempo – osserva Bassi – e ormai siamo una famiglia». Dove a lui affidano il ruolo di sceneggiatore di commedie brillanti. «All’inizio a ispirarmi era il dopoguerra, – spiega – ma negli anni sono andato oltre, traducendo anche testi di altri autori e riadattando l’intreccio, come nel caso di “Dino Falconi”, interpretato da Totò». A eseguire i fondali, alternandosi negli anni, il docente Domenico Guidi e Claudio Gori. «Per i costumi di scena invece – svela – si ricorre a una sarta, pur sapendo tutti arrangiarsi da soli, all’occorrenza». Sul capitolo “dialetto” ora che per la scomparsa dei nonni o l’arrivo di famiglie da altre regioni, i bimbi non sono più in grado di parlarlo, sottolinea invece: «Cerchiamo di mantenere viva la nostra lingua, divertendo tutti e suscitando curiosità nei giovani, anche se tra una decina d’anni – allarga le braccia – la situazione sarà più critica».

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