Bellaria. il Bff premia Silvio Orlando: l’intervista

Il palcoscenico teatrale è e resta «il mio orto, dove coltivo la mia zucchina, il pomodoro, il cetriolo. È il mio rifugio per i tempi duri». Poi succede che da oltre un trentennio si accendano e illuminino anche altri riflettori: quelli del cinema. Silvio Orlando si sente a suo agio nella definizione che ha dato di lui l’amico Carlo Ossola: “La guida dei perplessi”. Oltre trent’anni fa la sua figura timida e simpatica, la sua voce con l’impasto napoletano stranamente dolce, hanno bucato il grande schermo. Era il 1989. Il film “Palombella rossa”, la parabola morettiana sulla crisi della sinistra comunista, in cui Orlando è la “spalla” di Moretti nelle vesti di strillante allenatore di pallanuoto. Quella palombella ha continuato a librarsi in aria. Poi sono arrivati i ruoli di professore e portaborse (Il portaborse di Daniele Luchetti che ne fa anche il protagonista de La scuola). E ancora con Moretti regista: cuoco trotzkista (Aprile), paziente (La stanza del figlio), produttore cinematografico (Il caimano)…

Tutto in realtà è iniziato con Gabriele Salvatores, ma la maschera non sempre e solo bonaria di Orlando è passata anche attraverso Virzì, Mazzacurati, Avati, Calopresti. Per arrivare alle “grinfie” di Paolo Sorrentino che gli fa vestire l’abito cardinalizio nelle serie tv “The Young Pope” e “The New Pope”, dove il napoletano Silvio Orlando deve recitare in inglese, e ci consegna la sorprendente interpretazione del cardinale Angelo Voiello, il Segretario di Stato Vaticano più longevo della storia. Ora due film in uscita contemporanea, entrambi al Festival del Cinema di Venezia: “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo e “Il bambino nascosto” di Roberto Andò. Un detenuto (e per la prima volta in coppia con Toni Servillo) e un insegnante di musica. Due ruoli agli antipodi.

Sivlio Orlando, stasera riceverà al Bellaria Film Festival il Premio Una vita da film. Immagini di vedersi in un montaggio come si fa in tv quando si ripercorre una carriera. Come si vede?

«Come un po’ un’eresia. In altre epoche storiche avrei fatto più fatica ad impormi come protagonista. Il mio fisico mi portava verso altri tipi di ruoli, più da comico. Sono riuscito a intercettare e adattarmi a un gusto e un’epoca storica in cui anche un fisico come il mio poteva condurre tutta la storia sulle spalle. Ho potuto portare al cinema una tipologia di meridionale totalmente nuovo, non dedito alla truffa o al piccolo inganno o alla simpatia a qualunque costo. Un meridionale con la schiena dritta».

Il successo al cinema è arrivato con Il portaborse. Prima c’era stato Palombella rossa. Quanto deve a Moretti e quanto Moretti deve a lei?

«Quando ho conosciuto Nanni Moretti facevo già l’attore di teatro da almeno 15 anni. Il mio primo vero incontro importante è stato con Gabriele Salvatores a teatro e poi è stato sempre con lui che ho fatto il mio primo film, “Kamikazen”, che era la trasposizione di Comedian, lo show che portavamo al Teatro dell’Elfo di Milano con Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania, Gigio Alberti e altri. Nanni Moretti mi ha visto a teatro e forse ha capito che in me c’era una certa sincerità, pulizia anche morale che mi rendeva credibile. Cosa ho dato io a Moretti? Beh, “Palombella rossa” è stato il frutto di un vero e proprio travaglio, un parto! Non c’era una sceneggiatura, ma solo una specie di “scalettone”. Sul set eravamo come una armata Brancaleone, è stato un Vietnam. Ricordo che Nanni mi passava dei pizzini con le battute. Misi in campo molta pazienza, una dedizione totale e con Nanni è nato un rapporto di fiducia. Le giornate erano molto lunghe, con i famosi cento ciak di Moretti».

Da Moretti a Paolo Sorrentino. Ha nostalgia del personaggio del Cardinale Voiello?

«Nostalgia è una parola grossa. So quello che mi è costato fare quel personaggio. Per la prima volta ho veramente lavorato in vita mia. Lavorare con Paolo Sorrentino è come lavorare con un dio del cinema che realizza un tuo sogno ma poi realizzi che quel sogno può diventare un incubo se ti trovi davanti tre pagine di monologo. Il personaggio di Voiello è stato certamente di grande successo, una standing ovation di pubblico e critica. A me ha richiesto una grandissima concentrazione, un fare i conti con i tempi della produzione televisiva di serie, un andare anche al di là dei propri limiti».

Una nuova sfida è ora il personaggio del detenuto nel film Ariaferma di Costanzo. Come lo ha affrontato?

«Ero molto preoccupato di dovere interpretare un personaggio così carismatico e negativo. Di Costanzo ha messo me e Servillo in una sorta di scomodità che però ha aiutato a creare una prima volta. E il cinema dovrebbe essere sempre una prima volta perché diventa più interessante, elettrico».

Ne Il bambino nascosto invece di nuovo un ruolo di personaggio buono.

«Qui sono un maestro di musica che ha scelto l’invisibilità, ma di fronte a una vita da salvare salva anche la sua. È un personaggio che mi ha consentito di mettere in pratica uno dei miei miti, George Simenon, e i suoi romanzi sulle vite non spese, sommerse».

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