Igea Marina, don Marco e il successo delle messe all’alba in spiaggia: “Ogni estate almeno 3mila persone”

La provvidenza non va mai in vacanza e talvolta scova chi ha bisogno di conforto, o di nuovo slancio, anche tra gli ombrelloni vista mare. I cuori ammaccati non si nascondono infatti dietro costumi sgargianti e sorrisi di circostanza e le ferie non bastano a ricucire gli strappi lungo i bordi di esistenze in standby. A dare risposte e sollievo sono le messe all’alba organizzate da don Marco Foschi, classe 1965 e parroco della comunità di Igea Marina.

Don Marco, quando e perché ha maturato questa idea?

«L’antefatto risale alla tarda estate del 1985. Noi ragazzi del gruppo giovani chiedemmo a don Salvatore Pratelli, sacerdote della parrocchia di San Giovanni Battista, di celebrare una messa presso il porto di Rimini all’alba. La cosa terminò lì ma da buon riminese, sin da ragazzo, andavo al mare e poi crescendo l’ho riscoperto come luogo di meditazione, di ascolto e di preghiera. Mi sentivo rinfrancato: la riva e l’acqua marina possiedono infatti una forza spirituale, quasi terapeutica, soprattutto in certe ore o d’inverno, il che mi spinge a considerare questo luogo come la mia seconda chiesa. Non a caso ho spesso condotto la comunità igeana a pregare sugli scogli, nella stagione invernale. Una volta la nebbia nascondeva tutto, salvo la voce dell’Adriatico e un’altra, quando la temperatura era di poco sopra lo zero, siamo stati accolti da un cielo terso trapuntato di stelle. Tuttora penso che il mare possa aiutare le persone a ritrovare il proprio “centro”. Fatto sta che quando sono sbarcato a Igea Marina ho rinnovato la stessa proposta ai ragazzi, in particolare agli affezionati dell’after, che restavano fuori tutta la notte tra ballo e locali. Era il 2014 e ci fermammo ad appena un paio di celebrazioni che l’anno successivo erano già diventate 6 fino al raddoppio nel 2016 e alle 18 messe a disposizione negli ultimi anni, dai primi di giugno a metà settembre, vale a dire quasi una messa a settimana, cambiando sempre stabilimento balneare. La prima volta fu incredibile: pioveva a dirotto e non sapevamo come fare. L’unico luogo risparmiato dalla raffica di gocce era l’altare. In 50 non vedemmo l’alba perché tutto era avvolto dalle nubi. E a metà rito fu necessario assieparci nel chiosco - bar, tutti asserragliati. Il bello è che, andando avanti, constatavo il gradimento dei fedeli mentre io stesso provavo esperienze molto forti perché la potenza del sole che esce dall’acqua e lo splendore del cielo a quell’ora creano una situazione quanto mai speciale. Non si tratta, tuttavia, di officiare una messa ma di ritagliarsi un margine per staccare dai ritmi quotidiani e dalle modalità consuete con cui si affronta la vita, godendosi l’aurora non solo come evento naturalistico, ma cercando di approdare alla contemplazione. Lasciarsi prendere, lasciarsi avvolgere, che poi è il segreto per vivere a pieno ogni celebrazione eucaristica».

Quali persone incontra?

«Turisti, provenienti da quasi tutta l’Italia e dall’Europa, ma anche residenti e cittadini dei Comuni limitrofi. Persone di qualunque età, dai neonati sul passeggino agli anziani, ma anche i bagnini che di volta in volta, e non solo nei giorni festivi, decidono di ospitarci. Nel tempo ho coinvolto una bella fetta di operatori balneari, anche quelli che all’inizio si dimostravano un po’ riottosi o che non concepivano un’iniziativa del genere. L’anno scorso poi ho celebrato il matrimonio di due cittadini belgi che avevano partecipato a questa esperienza sulla battigia. Un capitolo a parte è costituito da quanti fanno la stagione: si privano del sonno pur di partecipare per poi recarsi subito al lavoro. Sacrifici di cui risentiranno durante una giornata frenetica ma anche un movimento impressionante con una scelta che va dritta all’essenziale».

Quanti sono in media i partecipanti durante l’estate?

«Almeno 3mila persone. Si va da oltre un centinaio a un massimo di 250 circa per ogni data sino al culmine segnato dal Ferragosto quando, durante la messa dedicata a Maria al porto canale di Bellaria, si sfiora la quota di 700 presenze. Numeri che non accennano a diminuire ma anzi si intensificano. Solo una volta il clima avverso ci ha costretto a annullare la celebrazione. Mettevo in conto un calo fisiologico ma non si è registrato neanche in pandemia laddove questo momento spirituale, con tutte le prescrizioni del caso, costituiva un bellissimo modo per incontrarsi».

Un ricordo indelebile?

«Mi resta dentro l’entusiasmo della gente, nonostante le levatacce e i capricci del meteo, ma soprattutto la loro gioia. Veniamo avvolti da una luce tutta particolare che non smetterà mai di sorprendermi. Negli anni sono sbocciati tanti legami di fede».

La Romagna è considerata il divertimentificio per eccellenza, come spiega il successo di eventi nei quali l’anima resta al centro?

«C’è sempre il modo di trovare spazi, orari e luoghi dove si cede il passo a un altro tipo di proposta che integra il resto, senza cancellarlo, per rendere più piena l’estate. La spiaggia, deputata per tradizione a giochi, aperitivi e tintarella, è anche luogo di spiritualità dove le persone possono vivere un’esperienza inedita e di grande utilità per le loro vite. Un momento di pacificazione e liberazione preceduto da istanti di silenzio e contemplazione in attesa del sorgere del sole per poi vivere istanti di comunione fraterna. A pensarci bene, non è una scelta poi cosí strana, artificiosa o sensazionalistica, perché si recuperano elementi storici della vita di Gesú che ha chiamato i primi discepoli in spiaggia e che si spostava lungo il lago di Tiberiade. Giochiamo in casa, dunque».

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