Basket, capitan RInaldi: “Rimini in A2, missione compiuta”

Una settimana dopo, più o meno, è ancora come se fosse domenica 19 giugno. La sbornia per la promozione in A2 di Rinascita Basket Rimini non è passata, e con la dirigenza che incontrerà Mattia Ferrari nei primi giorni della settimana per iniziare a pianificare il futuro, c’è chi se la gode e aspetta sereno quel che verrà.

Orgoglio biancorosso

«Sono in pace con me stesso, ero tornato qui per riportare Rimini in A2 e, tutti insieme, ci siamo riusciti. Ora vediamo quello che succederà, sicuramente mi piacerebbe giocare con gli americani in maglia Rbr». Tommy Rinaldi lo dice forte e chiaro, come peraltro già lo avevano fatto capire gli altri due giocatori in scadenza di contratto, Rivali e Bedetti. Tutti vogliono esserci ad agosto, quando ricomincerà l’avventura e si andranno a preparare derby con Forlì, Ravenna, Fortitudo Bologna. «Sì, ma vediamo, mi confronterò con chi di dovere, al momento non ho sensazioni, sto ancora facendo festa – è sincero il capitano biancorosso – Quello che abbiamo fatto è la risultante di una stagione lunga tre anni, da quando sono tornato io l’ho vissuta come se fosse un campionato unico».

Due di questi “uccisi” dal maledetto Covid, peraltro. «L’anno scorso, quando abbiamo dovuto alzare bandiera bianca in semifinale play-off con Piacenza, è stato il momento più brutto, più frustrante. Tra l’altro io l’avevo pure avuto qualche settimana prima, quindi potevo anche giocare, in teoria. Eravamo in striscia aperta, fermarsi così è stato orribile».

Appartenenza

Non dimentica, Rinaldi, chi l’ha accompagnato da quando è rientrato alla base. «Franci (Bedetti, ndr) e Eugenio (Rivali,
ndr) senza dubbio sono stati i miei riferimenti, quelli coi quali decidere e confrontarsi. Il primo lo conoscevo come migliore amico di mio fratello e adesso siamo molto intimi, il secondo l’avevo affrontato da avversario».

Per uno che a 15 anni aveva iniziato ad allenarsi con la prima squadra della sua città, che effetto fa tutta questa storia? «La prima volta che mi allenai al Flaminio con i grandi fu nel 2000, Buford e Morri furono messi fuori squadra per una notte brava e chiamarono me e Manuele Benzi – rivela Tommy – Poi, dall’anno seguente, sono più o meno entrato in pianta stabile nella rosa, ho vissuto quindi da spettatore, prima, i momenti d’oro, e da giocatore, poi, la fase calante. Succede in tutte le cose, fa parte della vita».

Faenza chiave di volta

Ma adesso è diverso. In città si respira basket come mai successo. Così almeno dicono, in attesa di conferme quando dal carro magari qualcuno scenderà. «Mi porto nel cuore i 7.000 che c’erano tra gara3 e gara4 con Roseto e la gente che mi ferma per strada per chiedermi di basket, per me è sempre stato più di un semplice gioco il Basket Rimini, aver riavvicinato la gente è più importante del resto».

E pensare che, se quella gara3 a Faenza non fosse stata girata con due overtime, forse adesso non saremmo qui. «Lì è stata la chiave di tutto, ci siamo compattati capendo di essere fortissimi. Da lì è stata una discesa».

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