Bartoletti ricorda il suo amico Raoul Casadei

Non è solo un ricordo professionale quello che lega Marino Bartoletti a Raoul Casadei. I due si sono conosciuti a Forlì quando il giornalista era un bambino e per tutta la vita sono stati uniti da un sentimento di affetto e di amicizia. «L’ho amato molto – racconta Bartoletti – e posso dire di essere stato ricambiato». La musica dei Casadei era di famiglia a casa Bartoletti, il nonno di Marino, si chiamava Armando, suonava negli anni Trenta con Secondo Casadei. «Raoul era una persona di una modestia straordinaria e in questi giorni quello che più mi ha colpito è stato vedere come musicisti distanti da lui come Vasco Rossi o Francesco Guccini lo abbiano ricordato, riconoscendone i meriti musicali e culturali».

Qual è il suo primo ricordo di Raoul Casadei?

«Un ricordo struggente. Ogni Primo Maggio l’Orchestra Casadei si esibiva in piazza Saffi a Forlì, lo faceva gratuitamente per tutta la Romagna. Ci andavo sempre mano nella mano con mio padre, percorrevamo tutto corso Diaz. Ero un bambino, avrò avuto circa 10 anni e come sempre si andava a salutare il maestro Secondo Casadei, perché mio nonno Armando aveva suonato con lui. Io bambino strinsi la mano a quel giovane musicista prima di uno di quei concerti».

Un giovane musicista che poi ha visto crescere professionalmente, negli anni…

«Sì, proprio così. Raoul ha fatto molta gavetta e osservavo il suo percorso con affetto, con orgoglio, con ammirazione. Sa, io ero un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones, ma quella era pur sempre la musica della mia terra e la mia famiglia era legata all’Orchestra Casadei. Anni dopo, quando quel bambino e quel ragazzo si ritrovarono, ricordai a Raoul che ci eravamo già conosciuti».

Lei amava i Beatles e Rolling Stones, ma ha saputo riconoscere l’importanza anche culturale di quel tipo di musica popolare…

«Certamente, l’Orchestra Casadei era la nazionale dei musicisti romagnoli. Per arrivare a suonare dentro quell’orchestra bisognava essere bravi, preparati. Era un orgoglio identitario farne parte».

E quali meriti vuole ricordare di Raoul?

«Lui ha saputo portare quella musica fuori dalla Romagna. Secondo ha indiscutibilmente inventato un genere con l’uso del clarinetto in do, ma con Raoul quella musica è uscita dal territorio di partenza, con lui il razzo è partito per la Luna e ci è arrivato, l’Orchestra Casadei ha anche suonato al Carnevale di Rio. Raoul sapeva scegliere i musicisti giusti, e con lui quello che era ballo diventava canzone e la canzone diventava ballo. Grazie a lui la Romagna è diventata un brand su cui una parte generazionale faceva anche del sarcasmo eppure possiamo affermare che quelle note rappresentano una tradizione culturale prima che musicale. Così come era già accaduto con i cantautori genovesi, con la musica napoletana. Raoul inoltre ha avuto un grande talento imprenditoriale, oltre che musicale».

La canzone preferita di Giovanni Poalo II era “Romagna mia”. Lei ne sa qualcosa, vero?

«Sì, conosco bene la storia perché don Francesco Ricci era il mio cappellano, il mio padre spirituale – fondatore con don Giussani di Comunione e Liberazione – e lui conobbe questo cardinale polacco, era certo che sarebbe diventato papa. È stato don Francesco Ricci a introdurre papa Giovanni Paolo II alla romagnolità, si innamorò di questa canzone al punto da intonarla in “Polonia mia”. Papa Wojtyla nel 1985 fece un giro in Romagna e scelse questa canzone in accompagnamento al viaggio. La volle anche durante il Raduno nazionale della gioventù. Diceva che questa canzone gli dava allegria e che gli trasmetteva un senso di appartenenza»..

E ha anche un aneddoto particolare legato a Memo Remigi…

«Sì, questa è bella. Erano circa gli anni Settanta, alle Rotonde di Garlasco si tenevano più concerti contemporaneamente. A un concerto di Remigi, che allora era già affermato, non c’era praticamente nessuno. Lui chiese il motivo. Gli risposero che erano tutti ad ascoltare l’Orchestra Casadei».

E un ricordo simpatico?

«Raoul non ha mai saputo pronunciare “liscio”, ha sempre e solo detto “lissio”.

Quando lo ha visto per l’ultima volta?

«L’estate scorsa. Sono andato a trovarlo come succedeva sempre. Rispetto al Covid l’atmosfera era abbastanza rilassata in quel periodo. Lui era un uomo di abbracci».

E qual è la canzone di Casadei a cui è più legato?

«A parte Romagna mia ci sono dei versi di Ciao mare che voglio proprio citare testualmente. È una canzone allegra, apparentemente spregiudicata che fa così: “Il vento cancella dalla sabbia i ricordi, ma dal cuore, no il vento non può”».

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