Senatore, partiamo da Nicola Marcello, suo grande amico che ha lasciato Forza Italia per approdare a Fratelli d’Italia. In passato non ha mai voluto commentare, ora da coordinatore è obbligato.

«Me la cavo come la Bernini con Bignami: capisco ma non condivido».

Dopo anni in consiglio comunale, la stagione al Senato, ora la guida del partito e la prossima campagna elettorale.

«Giulio Mignani ha scelto di farsi da parte, quindi in considerazione della situazione nazionale e locale, con due consiglieri comunali che se ne sono andati, è stata scelta la strada del senatore eletto, più Maggioli come vice, Maggioli è di Bellaria e a Bellaria Forza Italia è al governo. Dopo il voto del 2021 il mio incarico si esaurisce e proseguirà Maggioli».

Dopo la candidatura della Petitti, il Pd si è diviso e all’interno del centro destra, Lega e Fratelli d’Italia hanno cominciato a ragionare di elezioni: per Pecci il candidato civico non va bene, Renzi cerca una qualità amministrative che in un civico si trovano difficilmente. Lei?

«Andiamo con calma. Il ragionamento è un altro e lo ha detto anche Renzi: bisogna partire dagli errori del passato, in termini sia di metodo sia di tempistica. Quello che avevo previsto tre mesi fa si è verificato, il Partito democratico è spaccato. Poi c’è da considerare che in termine di consenso l’emergenza Covid nella prima fase ha dato molto ai governatori e a chi è al governo, ora può togliere molto se non tutto. Dobbiamo tenerne conto. Quindi all’interno delle segreterie politiche va attivato un processo collegiale, dopo ci sarà il tempo per i programmi e i candidati. Se il problema è solo tocca alla Lega, tocca a Forza Italia, tocca a Fratelli d’Italia, ci riuniamo a Roma e lo risolviamo in quattro secondi. Non è il momento delle individualità e degli errori già commessi in passato».

Gli errori sono ben noti, ne vuole ricordare alcuni?

«Nel 2006 con Alberto Bucci, una persona squisita, però non si crea all’ultimo momento una lista civica che toglie voti ai partiti della coalizione. I cambi in corsa dei candidati: Lisi e Spigolon, Lombardi e Renzi. Una volta scelto, il candidato è quello».

Ha detto che aveva previsto la spaccatura del Pd.

«Sono abituato ad andare alle Feste dell’Unità, lo facevo a Modena da studente e ho continuato anche a Rimini. Quando al Parco Ausa arriva Orlando, il vice segretario nazionale, con lui c’è Emma Petitti, ma non ci sono Andrea Gnassi, Nadia Rossi, Jamil Sadegholvaad, tutta l’area che fa riferimento al sindaco. Il segnale è chiaro, di un clima di lotta fra correnti contrapposte».

Il centro destra può trarne grande vantaggio, come intende sfruttare la frizione nel Pd?

«Interpretare questa divisione a noi può tornare utile. Non dobbiamo semplicemente assistere preoccupandoci solo del candidato sindaco. È una contrapposizione di persone, oppure di programmi? Quando devi fare una offerta alla città, queste valutazioni non sono ininfluenti».

Si dice sempre: a Rimini si può vincere e poi non succede.

«Numeri alla mano non è che sia facile vincere, tutt’altro. Prima di dire sì o no al civico, in questo momento il centro destra è autosufficiente? Pare di no. Il centro destra ha i numeri per vincere a Rimini? Se si analizza questo si capisce quale strada intraprendere».

Un ragionamento del genere potrebbe spostare la bilancia verso il civico.

«Devi avere un fenomeno che muove i voti da solo, ma non so chi possa essere».

In tanti anni non ha mai avuto il desiderio di entrare a Palazzo Garampi da sindaco?

«Mi indicarono come probabile candidato nel 1999, poi toccò a Mario Gentilini. Quindi di nuovo nel 2016, ma non c’erano le condizioni per vincere. Io sono un riminese di adozione, non proprio un purosangue, ci poteva stare tutto, ma avrebbe significato abbandonare la professione medica, oggi per fare il sindaco ci vuole una grande dose di “sana follia”».

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