Bancarotta, 4 anni all’ex vicesindaco di Ravenna

Un processo totalmente da rifare a Ravenna, e uno appena concluso a Roma con la condanna a 4 anni in abbreviato. E’ un’altalena giudiziaria quella che ruota attorno alla figura di Giuseppe Musca. Per l’imprenditore oggi 71enne, ex vicesindaco di Ravenna negli anni ‘80, si è chiuso ieri il primo grado di fronte al tribunale capitolino per il fallimento della Mpdue, società storica di famiglia dichiarata fallita il 4 novembre del 2015. Con lui, fra gli imputati, c’erano di nuovo la moglie, Susi Ghiselli, rinviata a giudizio, e anche i figli Nicola e Valentina Musca, oltre un altro parente, il 48enne faentino Stefano Musca, che sono stati scagionati dalle accuse di bancarotta fraudolenta e distrazione insieme al manager 54enne romano Luca Midali; assolti i primi due per non avere commesso il fatto, non luogo a procedere per la figlia più giovane. A chiudere il cerchio è la condanna a due anni e mezzo (sempre al termine del rito abbreviato) per il 57enne di Bagnacavallo Sandro Gasparini.

La vicenda si innesta nel declino di una delle società sulle quali il 71enne ha costruito la propria fortuna, la Sicro, registrata a Ravenna nel 1981. Quasi 30 anni più tardi, nel 2010, la scissione e il trasferimento di buona parte del patrimonio immobiliare precede la dichiarazione di fallimento. Nasce in quell’anno la Mpdue, ma avrà vita breve. Perchè quasi contestualmente – secondo l’accusa – il consiglio di amministrazione delibera il progressivo trasferimento di beni mobili ed immobili, per un valore complessivo di oltre un milione di euro: tra questi una villa a Glorie di Bagnacavallo e un altro locale a Scicli (Ragusa), arredi compresi, che vengono acquisiti dalla Villa Glorie srl amministrata dalla Ghiselli. Ormai spolpata e ceduta a Gasparini in qualità di amministratore unico, la Mpdue chiede il fallimento l’anno dopo

Un’operazione ritenuta poco limpida; nel corso delle indagini gli inquirenti riscontrano infatti il mancato pagamento sistematico delle imposte fin dal 2008 per un totale di oltre 1,1 milioni di euro (a fronte di un passivo totale di 1,4 milioni). E quando si va a fondo sui documenti contabili, si scopre che libri e altre scritture riferiti all’anno specifico di quelle scelte imprenditoriali cruciali sono mancanti o del tutto scomparsi. Decisioni deliberate dal cda. Ecco perché le accuse si riversano su tutti i membri. Per la difesa dei figli, tuttavia, (per Nicola gli avvocati Giorgio e Marco Guerra, per Valentina i legali Ermanno Cicognani e Cristina Di Paola) la sola assunzione della carica di consigliere non sarebbe stata sufficiente per fondare l’accusa di bancarotta. Sarà invece sulla base della motivazioni della sentenza che il difensore di Giuseppe Musca, l’avvocato bolognese Filippo Furno, valuterà su quali aspetti fondare il ricorso in Appello.

Proprio di recente, il secondo grado di giudizio a Bologna nei confronti del 71enne si è concluso con colpo di scena: l’intero processo di primo grado sul fallimento milionario legato alle società Arca, Asa e sulla storica concessionaria Romauto, nel quale erano imputati Musca, la moglie e il figlio (i primi due condannati rispettivamente a 10 e 8 anni, assolto Nicola), è stato annullato. Ma parallelamente ci sono altri tre procedimenti ancora pendenti che attendono il giudizio, uno dei quali vede fra le contestazioni l’associazione per delinquere.

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