Bagnacavallo. Rogo al Calzaturificio Emanuela: chiesto il carcere per tre indagati

Un incendio doloso a scopo ritorsivo. Il movente: l’eredità. Questa l’accusa che vede indagate tre persone per il rogo che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre scorso ha devastato il Calzaturificio Emanuela, a Bagnacavallo. Nei loro confronti la Procura ha chiesto il carcere. Così ieri, davanti al giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek, sono comparsi una 41enne di origini marocchine e due uomini di 48 e 42 anni, rispettivamente domiciliati a Fusignano e in provincia di Pesaro-Urbino.

Le indagini sull’innesco

Il rogo divampò intorno all’una di notte danneggiando gravemente l’immobile situato in via Martino Tarroni 3, nella zona industriale di Bagnacavallo. Fu la prontezza dei residenti a far scattare l’intervento dei vigili del fuoco, che riuscirono a evitare la totale distruzione della struttura. Furono quantificati comunque danni per mezzo milione di euro. Fin dalle ore successive le tracce di innesco e di accelerante non lasciarono dubbi sull’origine dolosa, dando il via all’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Angela Scorza.

Le indagini si sono quindi sviluppate su due fronti: l’esame delle telecamere presenti in zona e la ricostruzione della cornice finanziaria e familiare della titolare dell’attività. Sono state le immagini registrate a dare i primi riscontri; non tanto sui volti (travisati) delle persone che quella notte si avvicinarono all’attività per poi andarsene in tempo prima che si alzassero le fiamme, quanto piuttosto dell’auto a bordo della quale erano arrivati, riconducibile all’ex compagna del zio della titolare del calzaturificio, defunto.

L’eredità

Il presunto movente è emerso non appena gli inquirenti hanno appurato che tra la 41enne e la proprietà del calzaturificio era in corso una causa civile sulle ultime volontà del familiare scomparso. Quest’ultimo avrebbe infatti lasciato in eredità alla sorella e al padre l’appartamento nel quale la donna continuava a vivere. Da qui la decisione di impugnare il lascito davanti al tribunale.

Per l’accusa l’incendio sarebbe stato quindi un gesto animato dalla vendetta, pianificato dall’ex cognata e dal 48enne, divenuto nel frattempo nuovo compagno della donna, e realizzato con la complicità del 42enne, loro conoscente. A fornire ulteriori riscontri ci sarebbero le analisi delle celle telefoniche dei cellulari in uso ai due uomini, compatibili con la loro presenza nei pressi del calzaturificio al momento dell’innesco. Elementi che hanno spinto il pm a chiedere il carcere.

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