Videodanza come riflessione poetica, che vuole raccontarne l’origine, l’essenza vitale e musicale. È l’idea di narrazione della danza, e della creazione associata ad essa, che anima il lavoro del videomaker Luca Di Bartolo. Architetto e fotografo riminese, Di Bartolo ha iniziato a occuparsi prevalentemente di fotografia di danza dai primi anni Duemila ed è lì che ha trovato, con il passare degli anni, la sua realtà più profonda, intrecciando collaborazioni con danzatori e coreografi di grande livello e ricevendo numerosi importanti riconoscimenti in festival e rassegne a livello internazionale. Il suo “Back home” ha fatto parte recentemente delle selezione ufficiale del festival del cinema di danza Knowbox di Puebla, Messico.

Di Bartolo, perché architetto e fotografo e poi videomaker?

«Ultimamente, facendo il videomaker, mi sento ancora più architetto di quando mi occupavo di progetti esecutivi: un architetto “compositivo” che mette mano a “pezzi di cose”. La passione per i video di danza è nata nel 2000 ed è diventata per me il campo esclusivo della fotografia. Nella danza c’è un senso della composizione vivo e ordinato, forme, volumi, c’è un enorme aspetto di vita, c’è uno stare “dentro”. Da questo è derivata la scelta del discorso video, stando dietro le quinte ma anche sul palco. Un modo di osservare le cose standoci in mezzo, come in un film. Mi muovo con le persone e i miei occhi sono i danzatori. Poi il tutto diventa organizzazione, progettazione, costruire veramente».

Che differenza intercorre tra video di danza e videodanza?

«Nei video di danza interpreto e racconto ciò che sta avvenendo sulla scena. Nella videodanza c’è un interazione con chi danza, ed è l’aspetto creativo che emerge nel video, ovvero ciò che nasce dall’emozione racchiusa nella danza».

Perché ha affermato che i festival di cinema sono una meravigliosa frontiera per la danza?

«Una foto di danza non deve farsi vedere necessariamente come foto tecnica, e tanto meno “da galleria d’arte”. La frontiera da superare per la videoarte dovrebbe essere quella di dialogare non solo con ambiti limitati all’aspetto tecnico-artistico ma anche con quelli dove è racconto fatto attraverso la danza. Ad esempio in “Woody”, girato all’ex Woodpecker di Cervia, l’idea realizzata con Alessandro Cascioli è che sotto la sua cupola si accendano le sue memorie, le sue paure che lo fanno danzare quasi fino alla follia».

Con “Back home” ha affermato di aver voluto esplorare «una percezione emotiva come parametro vitale». Che significa?

«Realizzato nel periodo del lockdown con Giorgia Damasco, il lavoro è riconnesso fortemente alla percezione del presente come soggettivamente vissuta da ciascuno di noi, anche come una sorta di incubo».

Doppiamente legato al discorso lockdown anche “Frammenti”.

«Realizzato per la vetrina coreografica B-locked down, il progetto, ideato da Assodanza Italia nelle figure di Miriam Baldassari e Alessio Di Stefano, è associato a una campagna di fundraising a sostegno delle scuole di danza, colpite duramente dall’emergenza Covid-19 e tuttora in forte difficoltà. Alessandro Cascioli si mette veramente in scena come il Petruska musicato da Stravinsky. Ma la sua malinconia ha poco del tipico burattino russo (figura popolare dall’animo burlone e disonesto). Cosi noi: spiriti vibranti ma apatici in questo nuovo turbinio di situazioni inaspettate. Negli ultimi mesi, inermi di fronte all’incalzare degli eventi».

Infine l’inedito “Matres, linee di sangue”, corto “epic dark” narrato col linguaggio del corpo, interpreti Davide Vallascas, Monica Ledda, Francesca Assiero Bra’. Qual è quel filo che deve essere tagliato «mentre il mondo sogna ai piedi delle ciclopiche tombe degli eroi»?

«La figura di riferimento è quella della tessitrice. Il volto e la figura intera sono sempre indecifrabili e non riconoscibili. Le anziane donne al telaio della cultura mediterranea, vestite a lutto, ricordano Atropo, la parca destinata a recidere il filo della vita umana. L’ambientazione alle Tombe dei giganti in Sardegna riporta a una funzione rituale legata al culto della dea madre e della società matriarcale. La collaborazione con la fashion designer cagliaritana Anna Mattarocci ha rappresentato un ulteriore salto in avanti per il nostro lavoro».

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