Avvelenò il marito, chiesti undici anni per la vedova

Undici anni di reclusione. È la condanna chiesta dal pubblico ministero Luca Bertuzzi per Gemma Pirani, 81 anni il prossimo settembre, (difesa dall’avvocata Milena Montemaggi) accusata del tentato omicidio del marito Dino Pierani, avvelenato «in almeno 5 distinte occasioni» con la somministrazione di un topicida, «contenente il potente anticoagulante Bromadiolone». Tutto questo, confesserà già in sede di primo interrogatorio, al solo scopo di salvaguardare l’eredità dei figli di primo letto: le quote di due case di proprietà della vittima di cui una occupata da uno dei figliastri.

Dino Pierani, morì nel settembre del 2020 a 84 anni, a distanza di 24 mesi dall’avvelenamento da parte della donna con cui divideva il letto da 36 anni e che da tre mesi era entrata nel mirino della Procura.

Come in un film

Decisamente degno di un giallo alla Agatha Christie, la vicenda che ha portato all’incriminazione della donna. A far scoprire il piano diabolico per eliminare l’uomo, diventato un vegetale dopo la somministrazione del veleno, è stata la segnalazione dei medici dell’ospedale dove per ben due volte l’uomo venne ricoverato a causa di vaste emorragie intestinali a causa del sangue, di fatto, diventato acqua. I medici chiesero quindi subito se assumesse il Coumadin, farmaco anticoagulante per antonomasia. Alla risposta negativa della compagna, la direzione sanitaria, con tempestività, ha subito segnalato il caso alle autorità competenti. Una scoagulazione così forte, infatti, poteva essere data solo l’ingestione in dose massiccia di un topicida. Che il paziente non poteva aver preso di sua spontanea volontà, non essendo il grado di alimentarsi da solo. Era l’agosto del 2018, ma solamente un anno dopo, messa alle strette dalle indagini condotte dalla sezione di Polizia giudiziaria dei carabinieri della procura della Repubblica e del pubblico ministero Luca Bertuzzi, quella che sarebbe diventata una vedova “bis” (anche il primo marito era morto), aveva spiegato di aver cercato di sopprimerlo per tutelare l’eredità dei propri figli. «Lo avvelenavo a piccole dosi, perché non soffrisse – fece verbalizzare già nel primo interrogatorio davanti al pubblico ministero- ma ora non vivo più dal rimorso. Un pentimento che non nasce oggi: sono stata io a chiamare il medico di famiglia quando ho visto che lui cominciava a stare male».

I familiari di Dino Pierani, assistiti dall’avvocato Luca Greco, si sono costituiti parte civile. In attesa del giudizio penale si sono rivolti al tribunale civile per chiedere la sospensione della successione. La sentenza è attesa per il prossimo 15 giugno.

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