Auspici di operosità per il nuovo anno

di ALESSANDRO GIOVANARDI*


Paesaggio, linguaggio, mito e rito: così la scrittrice Cristina Campo (Vittoria Guerrini 1923-1977) che noi sappiamo fiorentina e romana, ma che nacque da padre faentino e da madre bolognese, definisce i quattro elementi della felicità. Credo che siano le linee vitali che segnano la mia terra ma anche i tracciati più fragili che rischiano di cancellarsi, facilmente se non adeguatamente custoditi.

Viviamo un tempo di terrori, di fughe dalla realtà, di nuove contrapposizioni ideologiche e di irrimediabili perdite di significato: auspico quindi che quando si parli di cultura si pensi soprattutto a queste quattro linfe vitali e che ne si custodiscano gli argini.
Ho timore a evocare la parola “cultura”: è un concetto troppo vago e troppo ampio perché ci si possa intendere. Ne conservo un’idea di confine, etimologica: cultura è ciò che sta tra la coltivazione della terra e il culto del divino, tra la semina, la raccolta e il mito, fra la crescita di un germe verso il cielo visibile e i destini ultimi delle cose che dimorano in quello invisibile. La cultura respira tra due concretezze estreme, sopravvivere e trovare senso al vivere. È un auspicio non da poco: un augurio di operosità silenziosa, lontana dalla ricerca dell’evento, del clamore, votata al servizio della comunità in cui si vive.
Davvero auspico che si smetta di definire la cultura come “nostro petrolio” o come “giacimento”. La cultura precede il “turismo” e quando la si sacrifica a quest’ultimo si perde sempre qualcosa, si generano musei inutili, istituzioni che non durano, senz’anima né sostanza; si dice “cultura” e si fa qualcos’altro. Il turista è anche un viaggiatore che, per poco, dimorerà nella nostra terra e ne vuole vivere il mondo reale; occorre a volte solo ricordargli che esiste, che vi si può accedere. La Romagna è una rete di straordinarie biblioteche storiche, di pinacoteche in trasformazione e in rinnovamento, di musei archeologici ed etnografici costruiti con passione e con amore, di cineteche strutturate con grande competenza, di teatri, di ville e dimore antiche.


Un’altra metafora da cui trarre auspici e insegnamenti è uno degli oggetti più suggestivi e diffusi nei popoli del Mediterraneo: il tappeto annodato. È figura del destino, è immagine di fiaba, di ricchezza, di narrazione, porta con sé l’idea della nicchia di preghiera, della lampada, del giardino, dell’Eden perduto. Il tappeto tiene insieme le acque, le pietre le piante, le geometrie celesti, gli animali selvaggi e quelli domestici e le opere dell’uomo. E così i loro significati simbolici: è un mondo e insieme un sovra-mondo.


Il tappeto è evocato nella stesura dei pavimenti delle domus romane, dei mosaici ravennati, nei tessuti che i pittori riminesi del Trecento drappeggiano dietro ai Santi, intorno agli altari, alle spalle dei crocifissi, nei preziosi damaschi con cui Guido Cagnacci veste le sue eroine e le sue mistiche. Il tappeto invita ad annodare le dimensioni in cui viviamo e cresciamo: il mare, il percorso dei fiumi lungo le nostre città, le strade romane e medievali, le colline e i borghi.

Auspico che la mia terra possa essere pensata come un arazzo, come un ordito in cui ogni particolare si tiene al tutto. Il lavoro che s’impone è la pazienza di chi ricuce un drappo lacerato da uno sviluppo decennale che non sempre è stato progresso (Pasolini) e per cui le sue parti oggi sembrano sciolte: il mare, inteso non solo in senso turistico, ma come cultura storica del lavoro e delle relazioni, come via, come porta verso l’Oriente e il Mediterraneo, il legame di quest’ultimo con il cuore antico delle città che vi si affacciano, e più su, con i borghi storici dell’entroterra, l’arrière pays di cui scrive Yves Bonnefoy. I racconti sono sentieri: le strade della civiltà romana, quelle impervie del monachesimo antico, i percorsi per cui s’è diffusa l’arte dei nostri trecentisti, le vie per cui si sono incamminati i maestri del Rinascimento e su cui si è diffusa l’arte dei nostri pittori del Seicento, pellegrini e stanziali.

E di questo tessuto auspico che ognuno possa godere, in modo diverso dall’oggi, i nodi solenni del silenzio: i monti e i santuari, i conventi e i monasteri, le grandi basiliche ravennati, i marmi del Tempio Malatestiano, i paesaggi solitari, i giardini perfetti e gli incolti commoventi, le schiarite del bosco.


*critico e storico dell’arte

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