FORLI’. A quasi un mese dalla nomina a direttore sanitario dell’Ausl Romagna, Mattia Altini svela le carte sul futuro dell’azienda e le sfide che lo attendono durante il suo nuovo mandato.
Quali obiettivi intende raggiungere nel corso della sua carica?
«Il traguardo da raggiungere è un maggiore sviluppo e integrazione di quella che è una delle aziende sanitarie più grandi d’Italia. Partire da quanto è stato fatto fino ad ora per portare la migliore assistenza possibile a tutti i cittadini della Romagna».
Alla luce di quanto accaduto con l’emergenza sanitaria, dopo la pandemia quali sono le sfide per il futuro?
«Bisogna muoversi su più binari. Da un lato continuare a vigilare sul contesto epidemiologico e tenere alta l’attenzione nelle strutture ospedaliere, dall’altro recuperare tutte le attività chirurgiche che sono rimaste indietro a seguito dell’emergenza. Contemporaneamente, per il futuro, è necessario dare un ruolo più rilevante al territorio potenziando la medicina di iniziativa territoriale. Questo è possibile farlo solo cambiando certi paradigmi organizzativi, valorizzando la medicina generale e le case della salute, ma soprattutto puntando sulla digitalizzazione per seguire i pazienti anche da casa».


Proprio l’emergenza sanitaria ha costretto ad annullare circa 240mila prestazioni, come e quando verranno recuperate?
«Crediamo di esaurirle entro l’anno, nel frattempo abbiamo ripreso le attività ordinarie negli ospedali e stiamo cercando di potenziarle. In più è stato chiesto ai professionisti di implementare il loro operato, oltre ad aver stretto collaborazioni con gli ospedali privati accreditati proprio per smaltire le prestazioni accumulate».
Molti operatori sanitari del pronto soccorso hanno lamentato una carenza di organico durante la pandemia. Sono previste assunzioni e soprattutto quanti primari mancano all’interno dell’Ausl Romagna?
«Stiamo mettendo in campo tutte le azioni possibili per il reclutamento di professionisti percorrendo ogni strada, considerando che alcune professionalità sono figure difficili da reperire. Sono previste, quindi, nuove assunzioni per il futuro. In tutto il territorio della Romagna mancano ancora una cinquantina di primari, anche qui è necessario avviare tutti i canali per arrivare alla copertura totale. Va precisato anche che alcune procedure sono state bloccate nel periodo Covid e di conseguenza si sono andate ad accumulare alcune cariche vacanti».
L’azienda come si sta muovendo per affrontare una seconda ondata di Coronavirus nel caso dovesse arrivare?
«Ora siamo più preparati rispetto ai primi casi, stiamo preparando una campagna vaccinale anti influenzale molto più capillare. Inizieremo in anticipo, tra settembre e ottobre. Già questo dovrebbe riuscire ad aiutarci a discernere tra un’influenza normale e il Covid. In più sono pronti i diversi piani strategici da attuare a seconda del livello di emergenza, così che possiamo modificare gli assetti degli ospedali sin da subito sulla base dell’andamento epidemiologico».
Lei era direttore sanitario dell’Irst, quale sarà il futuro dell’istituto di cura e ricerca sui tumori di Meldola?
«L’Irst è a servizio dell’Ausl Romagna, credo possa esserci l’occasione per integrare la grande massa dell’azienda sanitaria con chi fa ricerca e produce conoscenza. È un matrimonio fantastico».
Cosa significa l’arrivo del corso di laurea in medicina e chirurgia a Forlì e Ravenna per la nostra sanità?
«Partendo dal presupposto che si cura meglio dove si insegna e dove si fa ricerca, l’arrivo della facoltà di medicina in un territorio come la Romagna, dove già esiste l’esperienza dell’Irst, non può far altro che alzare ulteriormente il livello di conoscenza e della cura. Questo non solo porterà i migliori docenti ma ci permetterà anche di valorizzare i professionisti che hanno maturato qui le proprie capacità. Per il futuro potrebbe esserci uno scambio vincente tra Università e azienda sanitaria».

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