Tra pochi giorni si tornerà sui banchi di scuola e la fase di convivenza con il virus si avvierà a un ulteriore step. E gli insegnanti, secondo Raffaella Angelini, la direttrice del dipartimento di Sanità pubblica di Ausl Romagna, «non devono temere di tornare a scuola. Non corrono rischi maggiori rispetto ad andare a cena fuori, andare a teatro, o salire su un mezzo pubblico». I numeri del contagio, del resto, seppur in crescita, «non raccontano una situazione di allarme», ma, puntualizza la direttrice Angelini, «ci dicono che oggi più che mai dobbiamo stare attenti e fare quelle cose che sembrano banali ma che in realtà sono determinati, come utilizzare le mascherine e mantenere le distanze, visto che non siamo più chiusi in casa come durante il lockdown». «A maggior ragione – aggiunge – bisogna farlo a scuola, dove si condivide lo stesso spazio per molte ore».

Direttrice Angelini, i dati in crescita costante non devono quindi gettarci nel panico?

«No, ma la situazione è da osservare con attenzione, e chi fa il mio mestiere deve sempre essere un po’ preoccupato. Bisogna però considerare che il numero anche molto alto di casi, anche nella nostra regione, è frutto di una ricerca attiva, anche su soggetti poco sintomatici del tutto asintomatici, che durante il lockdown non venivano testati. Ed è un processo impegnativo, faticoso, ma dà importanti risultati, perché tutti i positivi che troviamo vengono messi in isolamento e quindi in condizione di non nuocere. E se è vero che molti sono asintomatici o con sintomi lievi, è anche vero che c’è ancora chi va dal medico o al pronto soccorso proprio perché ha sintomi compatibili con il Covid, e anche che alcuni asintomatici al momento del tampone diventano sintomatici nei giorni successivi, durante l’isolamento. E poi, soprattutto, a differenza di quando è scoppiata la pandemia, sottoponiamo a tampone tutte le persone che vengono messe in isolamento, sia all’inizio che alla fine della quarantena. Prima, invece, per i contatti dei positivi, se asintomatici, era prevista solo la quarantena».

E’ comprensibile la paura di alcuni insegnanti a tornare a scuola?

«Io non credo che questa paura sia giustificata, perché andando a scuola non c’è un rischio superiore rispetto a quello cui si incorre andando fuori a cena, a vedere uno spettacolo teatrale, o prendendo un treno o un aereo. In ogni caso stanno uscendo le indicazioni nazionali che individuano chi è da considerare un lavoratore fragile, e ci si baserà su questo. In generale, bisogna abituarsi a convivere con un rischio che non può essere zero».

Qual è il segnale che dovrebbe metterci in allarme?

«Il dato significativo è quello dell’occupazione dei posti letto in ospedale e in terapia intensiva. A marzo, quando è scoppiata l’epidemia, il virus circolava già da tempo tra la popolazione, per cui, nel momento in cui è emerso, gli ospedali sono andati in burn out, anche perché le cure disponibili erano poche e scarsamente efficaci, visto che il virus era completamente nuovo, e, per fare un esempio, i sierologici non esistevano neanche. Per tutte queste ragioni non credo che ci ritroveremo più nelle stesse condizioni di marzo. Ma un aumento dei contagi, questo sì, è da aspettarselo».

Consiglia di sottoporsi al vaccino antinfluenzale?

«Sì, è importante e infatti è stata allargata la platea delle persone a cui offrirlo. Facilita la diagnosi, permettendo subito di escludere la normale influenza, e protegge da una malattia che si potrebbe prendere in combinazione con il Covid e avere conseguenze gravi. Per alcune categorie, come i sanitari, poi, è assolutamente essenziale».

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