Augias: Dante? Da ateo preferisco l’Inferno

Il giornalista e scrittore Corrado Augias sarà protagonista di una serata speciale, alle 21 al teatro di Cervia, in occasione delle celebrazioni dantesche: con “Canto quinto dell’Inferno” Augias incontra Dante e lo racconta, esplorandone i legami sia con il passato che con la contemporaneità. Organizzato dal Comune di Cervia e dalla Biblioteca Maria Goia, un appuntamento per assaporare la bellezza dei versi danteschi e comprenderne la forza e l’attualità.

Corrado Augias, come è strutturata la serata?

«Nella maniera più semplice, cioè io apro la Divina Commedia al quinto canto dell’Inferno, che è praticamente il vero ingresso di Dante nell’inferno, o l’ingresso nel vero inferno: la cerchia dei lussuriosi, dove è interessante notare che Dante cita quasi esclusivamente nomi femminili, e questa è una cosa di cui parleremo. E poi incontra l’infelice coppia di Paolo e Francesca da Polenta, detta Francesca da Rimini. E lì c’è il racconto bellissimo, tenero, conturbante, emozionante di come i due sono stati uccisi. E io lo tratterò sia dal punto di vista vagamente filologico ma soprattutto lo leggerò con le implicazioni storiche, criminali e i riferimenti per analogia e per contrasto che si possono fare all’attualità di quel delitto d’onore. Perché lo possiamo definire un delitto d’onore, nel senso che l’illecita relazione di una giovanissima donna con l’ancor più giovane cognato, cioè il fratello di suo marito, scatena nel marito un’ira che lo spinge al duplice omicidio. Questo lo racconterò, lo analizzeremo insieme e vediamo quali conclusioni ne possiamo trarre, sia rispetto a Dante, come lo valuta Dante, sia rispetto alla realtà dei nostri giorni».

Che significato ha oggi rileggere Dante, rispetto ai tempi che stiamo vivendo?

«La rilettura di Dante è come la rilettura di Omero, o di Aristotele, la rivisitazione della Cappella Sistina, l’ascolto della Nona di Beethoven. Cioè: queste sono opere immortali, che hanno segnato il cammino dell’umanità. O come la lettura di molte tragedie di Shakespeare. Recentemente a Roma è stata fatta un’opera lirica del maestro Battistelli ricavata dalla tragedia di Shakespeare sull’omicidio di Giulio Cesare: ecco, lì è un altro caso in cui un episodio che risale a qualche decennio prima della venuta di Cristo conserva ancora oggi un significato che non morirà mai, perché sono cose che segnano e caratterizzano e spiegano quello che è il cammino del genere umano. Quindi le celebrazioni dantesche del settecentenario della morte sono state doverose da parte del Paese, l’Italia, che gli ha dato in natali. Ma è doveroso considerare la Commedia sempre, in ogni anno, tra quei capolavori che si chiamano classici proprio perché non finiscono mai di parlare in qualunque età».

Qual è il suo personale rapporto con Dante, che nella sua vita e nella sua carriera ha riletto e affrontato più volte?

«Le dico la verità: io non sono cattolico e quindi la cantica che più mi appassiona è l’Inferno e anche un po’ il Purgatorio, il Paradiso meno. Perché il Paradiso (anche se c’è la sublime preghiera di San Bernardo) riguarda più la teologia cattolica che non il genere umano tutto intero. Invece nell’Inferno e anche nel Purgatorio, i grandi saggi che Dante incontra, nell’antipurgatorio per esempio, ecco quello riguarda il genere umano tutto intero e di ogni epoca».

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