“Asfalto” e un Dovizioso che non sa stare lontano dalle moto

Ora che il Mondiale è partito senza di lui (per adesso almeno), magari è il momento giusto per tirare il fiato, alzare la mano dalla manopola del gas e riflettere. Noi lui, che l’ha sempre fatto, ma noi. Noi che per anni abbiamo cercato di capire Andrea Dovizioso, spigoloso e fiero pilota romagnolo di pianura in metto a tanti piloti romagnoli di mare. Una persona e non un personaggio, un pilota di altissimo livello tutto pista e collaudi, appassionato di moto e di cross e poco incline a gesti da divo.

«Ero l’uomo invisibile. Un numero. C’ero ma non c’ero. ‘Te, Dovi, sei del colore dell’asfalto’ mi ha detto una volta Luca Cadalora. Aveva ragione: la gente non mi vedeva proprio. Se sei uno che vive di corse e cerchi disperatamente i risultati ma non vinci, e in più sei un introverso che vuole essere persona e non personaggio, non vieni notato. La massa, di base, è attenta ad altro, non ha voglia né tempo da perdere per imparare a capirti. Io non vincevo, ma non perdevo clamorosamente: ero lì, in una specie di limbo e così mi si confondeva, tipo quelli che a una festa sfumano nella tappezzeria. Adesso dico che è normale e che in un certo senso sta nelle regole del gioco. Ma per tanto tempo io mi sono sentito incompreso. Ci sono voluti anni per capire che per uno come me la via per scendere a patti con un sistema che non ti riconosce è solo una: restare quello che sei, avere una faccia sola, sfuggire alla trasparenza restando trasparente. Come puoi diventare da grigio asfalto a rosso fuoco senza neanche un trucco e un parrucco?».

Ecco perché la sua biografia Asfalto (Mondadori, 2018), scritta insieme al giornalista Alessandro Pasini, è una buona occasione per capire l’uomo, il pilota, l’ex ragazzo arrivato tra i big del mondo, che oggi progetta il ritorno in quel mondo che ama troppo per riuscire a scrivere le pratiche di divorzio.

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