FORLIMPOPOLI. ‹‹Tutti sanno che Artusi è l’Artusi, cioè la massima autorità della cucina italiana classica››, scrive lo storico forlivese Paolo Cortesi in apertura della sua biografia dell’illustre letterato e gastronomo forlimpopolese “Il borghese diffidente. Vita e certezze di Pellegrino Artusi”, freschissima uscita delle edizioni del Ponte Vecchio.
‹‹Tuttavia – continua –, oltre a questo Pellegrino Artusi ne esiste un altro, molto diverso dal signore pacato e soddisfatto. È un Pellegrino Artusi che appare tra le righe delle sue opere, un Artusi “privato” disilluso, spesso amaro››.
Ne emerge il ritratto di un Pellegrino Artusi molto contradittorio nelle opinioni politiche, sociali e nel rapporto con tutta la società del suo tempo. E la cui vita appare irrimediabilmente segnata dall’atroce tragedia familiare.
Cortesi, dove viene la definizione di Pellegrino Artusi ‹‹borghese diffidente››?
«Il titolo del libro rappresenta una sorta di identikit personale e sociale, così come è emerso dalla mia ricostruzione della sua eccezionale vicenda biografica. Artusi è stato il più emblematico rappresentante dell’alta borghesia imprenditoriale dell’Italia post unitaria. Ciò che lo caratterizza è una profonda sfiducia nel genere umano».
Quali ricerche d’archivio hanno illuminato nuovi e inediti aspetti della sua vita e della sua personalità, al di là del gaudente gastronomo?
«Artusi ha scritto molto di sé; ha consegnato ricordi, riflessioni, opinioni in ognuna delle sue tre opere pubblicate (la più celebre è “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”). Amava raccontarsi e ci ha lasciato un’autobiografia fondamentale per conoscerlo. Oltre a queste fonti, ho consultato tutti i documenti conservati all’Archivio di Casa Artusi di Forlimpopoli, e anche un prezioso deposito di 24 lettere a un amico (conservate nella Biblioteca comunale di Forlì). Ho evitato di farmi influenzare dai saggi apparsi prima del mio, che pure ho consultato, per cercare di conoscere Artusi solo tramite Artusi stesso».
Perché quindi, oltre a quelle che furono le sue «certezze», la sua appare come una ‹‹una vita segnata››?
«La data che spacca in due la vita di Pellegrino Artusi è il 25 gennaio 1851. In quella notte la banda del Passatore occupa Forlimpopoli per due ore e deruba tutte le più ricche famiglie della città. Alla famiglia Artusi capita il peggio: vengono picchiati, derubati di mille scudi, gioielli, vestiti. Una sorella di Pellegrino, Geltrude, viene violentata davanti a lui. Lei impazzirà e Pellegrino avrà la vita sconvolta. In quella notte terribile subisce una ferocia bestiale che egli ritiene l’autentica natura umana. Artusi passerà tutta l’esistenza a cercare mezzi per difendersi dalla crudeltà umana, il più potente dei quali è il denaro. Pellegrino lo scrive senza giri di parole: solo dal denaro si può sperare aiuto nella vita. Questa fu anche l’origine della sua parsimonia che talvolta era vera avarizia, come lui stesso ammette. La diffidenza di Artusi arriverà al punto di rifiutare di farsi una famiglia. Resterà single per tutta la sua lunghissima vita, accudito da due servi».
In che maniera, come lei sottolinea, fu anche ‹‹il principale autore del suo mito››?
«Artusi non nasconde la sua soddisfazione di “uomo che s’è fatto da sé”. Da piccolo commerciante di provincia, arriverà ad accumulare un patrimonio che all’epoca della sua scomparsa (1911) era superiore al bilancio del Comune di Forlimpopoli. Egli amava raccontare le sue esperienze e ricordi, dando di sé l’immagine di un bon vivant che si concedeva ogni comodità senza sprechi e senza ostentazione. Si presenta a noi come un pacato signore soddisfatto, che trova nella migliore cucina un motivo in più per la serenità. Questo è l’Artusi come voleva essere apprezzato. Ma basta leggere poco sotto la superficie per trovare un uomo amareggiato, disilluso, talvolta perfino misantropo, e sempre un borghese diffidente».

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