Artisti dimenticati: il cesenate Anselmo Gianfanti

«Chi di noi non ha conosciuto, o non ha sentito parlare di Anselmo Gianfranti? Era l’idolo del popolo di Cesena: era il fiore promettente, che doveva diventare il lustro nella sua città di elezione». Così scrive l’articolista sul settimanale “Il Cittadino” di Cesena del 20 settembre 1919, a proposito della grande Mostra d’Arte Cesenate di cinque giorni prima. Anselmo Gianfanti (Montiano 1857 – Cesena 1903) si trasferisce fin da bambino a Cesena e avviato al disegno da Giovanni Magazzari, architetto, restauratore, incisore e insegnante alla Scuola Tecnica locale.

Nel 1876 grazie al sussidio comunale entra nel Regio Istituto di Belle Arti di Firenze, dove incontra i macchiaioli toscani e gli artisti che frequentano il caffè Michelangelo. Stringe amicizia con il livornese Vittorio Corcos il quale lo ritrae nel 1876 e lo segue a Napoli nel 1880, l’anno dopo che Gianfanti si è trasferito nella città partenopea per studiare il verismo coloristico di Domenico Morelli, uno dei più importanti artisti napoletani del 900. Qui inizia la sua carriera con il Concorso Nazionale di Incoraggiamento dove un paio di opere sue sono acquistate dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Sicuramente in questo periodo si reca a Venezia: è di questi anni L’interno di Santa Maria della Pace, acquisito nel 1969 dal Museo di Stato dell’Ermitage di San Pietroburgo. Partecipa a diverse mostre importanti come quella di Roma del 1883 dove presenta Benedicamus Domino, opera di notevole successo di critica, pubblicata su L’Illustrazione italiana dell’11 marzo 1883, acquistata per essere destinata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, oggi, ritrovata, studiata e restaurata, nel patrimonio di Poste Italiane. Il quadro viene esposto con I frati miniatori l’anno successivo all’esposizione di Arte Moderna di Torino. Tra i temi preferiti da Gianfanti ci sono gli interni, più spesso chiesastici, animati da figure, in molti casi vivaci fanciulli o simpatici chierichetti birichini, dipinti con rigoroso verismo vicino a quello praticato dagli artisti operanti a Napoli come i fratelli Palizzi. Tecnica e soggetti che conquistano il mercato straniero, principalmente d’oltreoceano. Ma la situazione finanziaria non è florida, i lutti familiari che lo colpiscono e la tubercolosi di cui soffre peggiora, così nel 1884 rientra a Cesena.

Riprende i contatti con lo scultore Tullo Golfarelli, anche lui studente a Napoli in passato e il coetaneo Paolo Grilli che ne scolpisce il busto in Pinacoteca a Cesena con il ritratto di Vittorio Corcos. Nonostante le cattive condizioni fisiche, Gianfanti esegue alcuni decori a Villa Silvia, dei conti Pasolini-Zanelli e continua a produrre e a partecipare a mostre.

All’Esposizione Romagnola di Belle Arti dell’estate 1901 a Rimini invia la tempera di uno studio di figura , mentre non presenta, sebbene fosse sua intenzione, Operaio che beve o Il contadino, acquistato e donato alla Pinacoteca Comunale di Cesena. L’anno successivo partecipa all’esposizione di San Pietroburgo con Monelli in sagrestia, oggi forse in una sede museale brasiliana.

Gran parte delle notizie relative a questo bravo e piacevole pittore troppo prematuramente scomparso si trovano nel volume curato da Pier Giovanni Fabbri e Orlando Piraccini “Anselmo Gianfanti. Memorie e ritrovamenti” pubblicato dalla Editrice Il Ponte Vecchio nel 2006.

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