SANTARCANGELO. Il mito di Orfeo ed Euridice e della loro sfortunata uscita dall’Ade rivive nelle grotte di Santarcangelo rivisitato da Massimo Pulini e da Maria Costantini, ideatori e protagonisti di una originale kermesse culturale. Si è inaugurata domenica la serie di appuntamenti che lungo l’arco di sette mesi abbinerà percorsi artistici, performance teatrali e menù gustativi, a cura dell’associazione ricreativa culturale ed enogastronomica Santabago (info: 348 3580544) in sinergia con la galleria Zamagni di Rimini.
Nella sede del circolo (contrada dei Fabbri 11/13) si potranno ammirare fino al 22 novembre (19-23) le opere di grande impatto visivo, ispirate al mito greco, realizzate da Pulini, mentre il 18 ottobre (e l’8 novembre) il testimone passerà al teatro con la performance scenica di Maria Costantini, stimata attrice e regista riminese con alle spalle prestigiose esperienze teatrali nazionali, dal titolo “Euridice e la sua voce”.
«Il mito di Euridice – afferma l’artista cesenate, pittore e storico dell’arte – è costruito sugli sguardi, un racconto sull’oscurità e il desiderio di luce, di visione. L’aspirazione di tornare a vivere è posta in opposizione al rivedere. Il “cupio videre” di Orfeo si dimostra più potente dell’attesa. Santabago, con uno spazio espositivo che dal palazzo entra nelle grotte, dalla domus all’Ade, è il luogo perfetto per una mostra dedicata a Orfeo e Euridice».
Pulini, da dove nasce questa esplorazione del mito?
«Già da alcuni anni lavoro artisticamente sul tema dell’alfabeto, anzi degli alfabeti delle antiche lingue mediterranee. Ho realizzato 105 opere in piccolo formato ispirate alla pittura classica, tracciando volti, come omaggio alla filosofia greca, corpi per il latino, paesaggi per l’ebraico, nature morte per l’arabo. Ragionando intorno a questa relazione tra parola e immagini è nata quest’esposizione sul tema condiviso con Maria Costantini».
Come si situa il percorso all’interno di Santabago?
«Questo lavoro mi ha fatto ragionare anche in termini di costruzione dello spazio, grazie alla sala da cui si accede direttamente alle grotte, come sovente si verifica nel cuore antico di Santarcangelo. E il mito in oggetto si inserisce perfettamente in una cavità. Nelle prima stanza le opere saranno collocate sulle due pareti contrapposte, recanti lettere che si collegano a formare i nomi di Orfeo e Euridice, e che recano all’interno una serie di volti, che formano un gioco di sguardi. Una serie di dischi circolari formano attorno al nome di Euridice una specie di costellazione. Altri oggetti posti nelle grotte suggeriscono il tema della discesa nell’Ade».
Qual è il fascino di questa narrazione?
«Il tema è come quello di una resurrezione che poi si infrangerà a causa del desiderio di Orfeo di vedere l’amata nonostante il divieto, ma è proprio il gioco degli sguardi che incenerirà Euridice. Un mito evocato da ombra e luce come dalla particolarità del luogo. Anche dal punto di vista artistico trovo struggente che un atto d’amore, come lo sguardo rivolto all’amata, si trasformi in una seconda morte, e sui loro volti si legge il senso del pensiero che sta dietro certi sguardi».
Si possono individuare analogie anche con la nostra drammatica attualità?
«Certamente. Tanti elementi sembrano ricondurre ad essa: la distanza che segna il distacco tra congiunti, la “pietàs” della vita che finisce che sembra venire meno così come il senso profondo della morte. Tutto questo ci interroga su quanto il mito sia attuale ancora oggi».

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