Arte, le ampolline olio-aceto dei pittori romagnoli

L e piccole ampolle, comunemente dette ampolline, collocate nell’apposito contenitore dotato di manico per il loro trasporto, sono utilizzate per l’olio e l’aceto da impiegare a tavola. Mario Valentini (Rimini 1904-1980), prima di avvicinarsi all’informale, dipinge con sincero realismo la vita dei lavoratori e delle lavoratrici nelle condizioni più umili della vita con evidenti segnali di denuncia sociale avvicinandosi alla pittura di Honoré Daumier, l’influenza del quale la si ritrova anche nelle nature morte. I riferimenti sono le ambientazioni, i complementi di arredo e gli oggetti che compongono le grandi scene del francese, pittore esclusivo di figure. Così è per la Natura morta con oliera del 1955, dove i bianchi gessosi della ceramica, gli azzurri dei vetri e della scodella, il grigio della tovaglia contrastano con lo sfondo dipinto con una tecnica apparentemente “sporca”, fatta di infinite pennellate che sovrappongono i bruni, acquistandone forma e volume. Franco Gentilini (Faenza 1909-1981) nel 1974 dipinge la natura morta dove risalta un’oliera preziosa, forse d’argento, con le ampolle dal collo fiorito di cristallo inciso e sfaccettato, collocate sul tavolo dietro una improbabile foglia di verza. Il fondo della tela è ricoperto dall’impasto di vernice, colla e sabbia che realizza un medium simile all’intonaco per affresco. Una tecnica che il maestro faentino impiega a partire dagli anni 50 per favorire l’assorbimento dei colori grazie alla porosità della superficie. Il risultato è straordinario: il disegno graffito definisce la geometria del quadro mentre il colore aggiunge i volumi, mantenendo quell’opacità ricercata dall’artista. Leonardo Castellani (Faenza 1896 – Urbino 1984), nel 1928 inizia a insegnare a Fano dedicandosi all’incisione prima di ricoprire la cattedra di Calcografia alla Scuola del Libro di Urbino. Insegnamento che mantiene per 38 anni, durante i quali realizza gran parte e della sua vasta produzione di acqueforti e puntesecche. Con una tecnica magistrale incide figure, paesaggi e tante nature morte. Tra queste le ampolle “siamesi” del 1944 rappresentate nell’insieme di oggetti della quotidianità domestica espresse con la poesia della semplicità che gli è propria. Luigi Servolini (Livorno 1906-1981), laureato in Lettere a Pisa, diplomato all’Accademia di Carrara e insegnante di tecniche grafiche dal 1930 a Urbino. Nel 1939 si trasferisce a Forlì per dirigere gli Istituti culturali della città, ruolo che mantiene fino al 1953. In Romagna continua a dedicarsi con passione alla tecnica xilografica e divulgarla fondando nel 1955 l’Associazione degli incisori d’Italia e pubblicando il Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei. Maestro fra i più significativi del Novecento italiano, nella sua nitida xilografia della tavola imbandita risalta un bel San Pietro con il ménage dei condimenti. Alberto Sughi (Cesena 1928 – Bologna 2012), sodale con i cesenati Giovanni Cappelli e Luciano Caldari, si trasferisce a Roma per frequentare Marcello Muccini e Renzo Vespignani del Gruppo del Portonaccio. Dalla fine degli anni 50 si dedica alla narrazione dell’incomunicabilità e della solitudine umana pur nel contesto di scenari urbani, espressa con rara intensità ed efficacia, senza violenza. Sono i momenti di vita quotidiana vissuti da gente comune come l’uomo al ristorante che si volta sorpreso e stizzito verso lo spettatore con i pugni contratti sul tavolo dove è in bella evidenza un set completo da condimento. Un capolavoro di solitudine comunicata con la forza di una analisi psicologica rigorosa.

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