Arte: la ceramica riminese del 500 nei grandi musei

Tra le sorprese che riserva la storia di Rimini, c’è il ruolo inaspettatamente importante della città – siamo nel Cinquecento – come luogo di produzione degli “istoriati”, i famosi piatti figurati che illustrano episodi della Bibbia o della mitologia.

A ripercorrere la rilevanza di Rimini come centro di primaria importanza nel settore (insieme alle più note Faenza, Urbino, Pesaro, Casteldurante) è il poderoso volume La ceramica a Rimini nel Cinquecento. Maioliche istoriate e documenti d’archivio, firmato dallo storico dell’arte Riccardo Gresta e dal ricercatore Oreste Delucca, e pubblicato l’anno scorso dalle Edizioni La Piazza, con il sostegno di Riviera Banca.

«Il fatto è che Rimini sa realizzare opere artistiche importantissime in vari settori, ma poi non se ne vanta, anzi, tende a dimenticarsene – notano i due autori –. Negli anni passati è stato riscoperto il valore della ceramica prodotta a Rimini nel Trecento e Quattrocento. Oggi è tempo di riscoprire i tesori della ceramica riminese creata nel Cinquecento».

Nelle oltre seicento pagine del volume, Gresta, partendo da alcuni esemplari dichiaratamente prodotti a Rimini, costruisce un ampio catalogo di opere che – per affinità stilistica – vanno assegnate con sicurezza alla città adriatica. Il volume ne illustra 112 a scopo dimostrativo, custodite nei più importanti musei del mondo (dal Louvre al British e all’Hermitage, solo per citarne alcuni), opere finora attribuite generalmente ad altre località. In ciascuna delle schede pubblicate, oltre alla dettagliata descrizione dell’opera, trovano spazio affascinanti fotografie dell’opera stessa, talvolta accompagnate dalla riproduzione di incisioni e xilografie che sono servite da ispirazione per la produzione della ceramica.

Delucca convalida tale produzione riportando le fonti d’archivio che testimoniano la considerevole attività delle botteghe ceramiche riminesi nel Cinquecento. Attraverso circa tremila documenti ricostruisce la biografia di 229 ceramisti e descrive l’opera dei rispettivi laboratori. Nessun altro centro, a partire da Faenza e Urbino, afferma l’autore, può vantare una mole altrettanto cospicua di attestazioni.

A chiusura del volume, nelle considerazioni finali, Delucca scrive: «Fin dalla preistoria il suolo riminese è stato un crocevia di genti, portatrici delle esperienze, saggezze, competenze le più disparate; perciò i suoi abitanti hanno maturato una attitudine tutta particolare a recepire questi valori, assimilandoli in modo tale da ottenere quel valore aggiunto che sopravanza la loro semplice sommatoria. E questa capacità viene fatalmente assorbita anche da chi si stabilisce qua. Evidentemente Rimini è un luogo magico, la sua aria è speciale. Guardando qualche piatto istoriato di bottega riminese non si può non avvertire come la robusta maturità del maestro (probabilmente forestiero) lasci trasparire uno stemperarsi, un ingentilirsi dei toni, prodotto da chi ormai ha introiettato la dolcezza del paesaggio, la tenue visione delle brume primaverili o del placido mare novembrino».

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