Arte: l’Immacolata nelle opere dei romagnoli

I l dogma dell’Immacolata Concezione proclamato da Pio IX nel 1854, rende sacro e inviolabile il fatto che la Vergine Maria sia immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. D’altra parte è inammissibile che Dio possa ricevere la natura umana nel grembo di una donna contaminata, anche solo per un istante, dal peccato. Nella devozione cattolica la Vergine Maria appare a Bernadette Soubirous a Lourdes presentandosi proprio come “Immacolata concezione”.

Con la Controriforma la sua iconografia si rifà alla donna dell’Apocalisse 12,1-6: «Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo». È giovane, con le mani giunte al petto, il mantello azzurro e il cordone francescano a tre nodi in vita, poggia sul globo terrestre mentre calpesta il serpente che vi è avvinghiato. Così viene raffigurata nello statuario mariano della manifattura faentina che fa capo a Giuseppe Antonio Ballanti detto “Grazià” (Faenza 1735-1824). La saga familiare lo vede capostipite di oltre una dozzina di parenti, naturali e acquisiti, che porta avanti la tradizione scultorea in terracotta, ceramica, gesso e cartapesta, dalla seconda metà del ’700 fino alla prima del secolo scorso. Grazie al prezioso volume “La scultura faentina in cartapesta (1750- 1960)” di Santa Cortesi edito dalla Tipografia Faentina nel 2012 è possibile conoscere la loro storia e quella dei loro manufatti tra i quali “L’Immacolata” presente nel campionario di quasi tutti loro. A partire dalle incisioni, la si ritrova nella chiesa Arcipretale di Russi, in Sant’Agostino di Faenza, al Mic e in altre sedi, eseguita da “Grazià” con o senza la collaborazione dei figli Giovan Battista (Faenza 1762-1835) e Francesco (Faenza 1772-1847) che aggiungono “Graziani” al cognome di famiglia e sviluppano ulteriormente la statuaria devozionale. Allievi a Roma del purista faentino Tommaso Minardi, collaborano a lungo con il pittore e decoratore Felice Giani (San Sebastiano Curone 1758 – Roma 1823) e lo scultore-plasticatore riminese Antonio Trentanove, entrambi operativi a Faenza in quegli anni.

L’epopea continua, prima col genero di Giovan Battista, Giovanni Collina Graziani (Faenza 1820-1893), due figli del quale apriranno una bottega propria attiva fino al 1938, e più tardi il cognato Gaetano Vitenè (Faenza 1826-1906) fino ad arrivare al nipote di quest’ultimo Enrico Dal Monte (Faenza 1882-1968) e a suo figlio Gaetano (Faenza 1916-2006).

I manufatti della bottega dei Ballanti Graziani per qualità e ricchezza di repertorio si diffondono capillarmente nelle chiese di Romagna e in tante altre in Italia. Più recentemente, Mario Camporesi (Meldola 1899 – Forlì 1999), figlio del più noto Cesare, diplomato all’Accademia di Ravenna, decoratore del teatro Esperia di Forlì, nel 1945 dipinge la pala d’altare raffigurante l’Immacolata nella cappella dell’ex Ospedale Morgagni di Forlì seguendo le linee dell’iconografia popolare. Angelo Biancini (Castel Bolognese 1911-1988) nel 1966 realizza nel suo stile migliore la bella Madonna Immacolata in ceramica bianca chiaroscurata dal cotto, in piedi su un cuscino di foglie intrecciate con alcuni uccellini policromi, per la cappella a lei dedicata nella chiesa dell’Immacolata a Firenze.

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