BRISIGHELLA. Quest’anno si commemora il centenario della nascita di Mattia Moreni (Pavia 1920 – Brisighella 1999), l’esuberante artista che si muove fra Antibes e Parigi, transitando periodicamente in Romagna prima di stabilirsi definitamente nel 1966, alle Calbane Vecchie vicino a Brisighella. La sua produzione artistica più conosciuta avviene per cicli tematici che si susseguono tumultuosamente a partire dai primi anni 60, caratterizzati da un espressionismo esasperato, grottesco, non privo di mostruosità. Nascono così le nuvole, i segnali stradali, le angurie, le pellice, le atrofiche, le grandi Marilú, la regressione della specie, gli autoritratti, fino agli umanoidi. Opere irriverenti e sfrontate, spesso sgradevoli ma non prive d’ironia; sempre pervase di una ossessività provocatoria portata agli estremi con quel compiacimento delirante che è contrasto ostile verso i fondamenti ipocriti della borghesia e denuncia del decadimento della società. Prima di arrivare a questo, il giovane Moreni frequenta l’Accademia Albertina di Torino, poi lavora da autodidatta. Pratica una pittura profondamente espressionista applicata principalmente nelle nature morte dove i soggetti che occupano la scena sono definiti da geometrie lineari che si intersecano fra di loro creando l’ordito di un’immagine che anticipa la sintesi assoluta della forma e del colore delle opere successive: una rivisitazione del Cubismo con aree chiuse, poco profonde, ampiamente strutturate e colorate. Fra il 1949 e il 1950, l’imprenditore Giuseppe Verzocchi raggiunge l’obiettivo di una raccolta di quadri dedicati al lavoro. La ottiene commissionandone l’esecuzione a 72 pittori italiani. Fra i prescelti vi sono quelli figurativi più affermati e i non figurativi che andranno a costituire nel 1952 il Gruppo degli Otto di Lionello Venturi: Afro, Birolli, Corpora, Morlotti, Santomaso, Turcato e i giovani Vedova e Moreni. «Il lavoro che io penso è il lavoro delle macchine, il lavoro nelle industrie», scrive l’artista a proposito de “La fucina” dove «bagliori di saldatori… di ferro e acciaio appena fuso… azzurro iridescente… senso di fornace… tutto rosso fuoco… e, poi, il rumore. Almeno questo io ho voluto fare: poi il quadro ha il suo linguaggio…». Una collezione unica, donata dall’imprenditore al Comune di Forlì nel 1961, è esposta in permanenza a Palazzo Romagnoli. Dopo un paio d’anni Moreni esce dal gruppo per avvicinarsi agli “Ultimi naturalisti” di Francesco Arcangeli. Con l’impeto di un espressionismo gestuale brutale e violento inizia la sua denuncia dell’anomalo e innaturale rapporto dell’uomo con la natura e con la tecnologia. Arcangeli farà acquisire dal Mambo di Bologna un suo quadro del 1954 commentandolo: «Sappiamo bene che in questo suo Giardino delle mimose, l’ordito della forma, forse ancora memore di Morandi, o – chissà – di Menzio, è tuttora evidente; e che la pittura vi è quasi cruda, scoperta. Eppure la luce ci investe, deflagrando… è ancora un’idea di natura che scoppia, allucinata e violenta, sia pur entro la mente: luce, sole e intelletto…». In occasione della premiazione di Moreni al Morgan’s Paint a Rimini nel 1957, il critico bolognese ufficializza che la giuria «ha voluto dare il riconoscimento a uno degli artisti che considero fra i maggiori dell’epoca del pieno Informale». Ma il turbolento Moreni spiazza tutti, riprende possesso della forma e cominciano i cicli.

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Mattia Moreni

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