Arrivi dall’Ucraina a Cesena quasi fermi, e c’è chi torna in patria

Il flusso degli arrivi dei profughi dall’Ucraina non si è fermato del tutto, ma da un paio di settimane gli arrivi sono diminuiti e anche a Cesena ci sono le prime testimonianze di un flusso inverso, di persone che scelgono di tornare in Ucraina, o di lasciare l’Italia per altri paesi dove magari hanno più contatti e, sperano, più opportunità di lavoro.

«Non è facile, io li capisco», commenta Julia, una delle volontarie che sta cercando di aiutare come può i profughi in arrivo. Anche Julia è ucraina, vive a Cesena da 5 anni e dopo l’inizio della guerra ha trovato nel volontariato il modo di dare un contributo al suo paese anche da lontano.

L’impossibilità di lavorare è uno dei problemi più concreti con cui si confrontano i profughi arrivati in città: è un problema su cui pesa il fatto che la gran parte delle persone arrivate non conoscono ancora l’italiano, a cui si sommano difficoltà burocratiche per regolarizzare la loro presenza in Italia.

Delle famiglie che hanno deciso di lasciare Cesena e tornare in Ucraina e che ha conosciuto Julia, «Una è una signora della zona di Dnipro, a est. Non è potuta tornare nella sua casa – racconta Julia -, ma l’azienda per cui lavorava si è trasferita più a ovest, in una zona un po’ più tranquilla e le quando le hanno chiesto di tornare, ha accettato. L’ha fatto per avere la possibilità di lavorare». Julia ha conosciuto famiglie che hanno lasciato Cesena per trasferirsi in Bulgaria o in Germania dove avevano amici e parenti e, questa la speranza, più possibilità di trovare lavoro. Un altra famiglia che si è messa in contatto con lei, invece, ha deciso di tornare per via delle difficoltà economiche che sta vivendo qua. «Stare qui, senza sapere la lingua, senza poter lavorare, dipendendo in tutto da chi ti ospita è difficile. Preferiscono tornare dove almeno conoscono la lingua».

«Le persone che accolgono i profughi nelle loro case – prosegue Julia – devono provvedere a tutto: alla spesa, alle bollette. Non tutti possono farlo a lungo. Noi cerchiamo di aiutare come possiamo anche tramite la Caritas e le parrocchie, ma è dura per loro».

Da qualche giorno è stata attivato il portale della Protezione civile attraverso cui i profughi possono fare richiesta per il contributo di sostentamento previsto dallo stato. Ottenerli però richiede tempo e burocrazia.

Alla solidarietà materiale si affianca quella delle relazioni: «Molte di queste persone passano la gran parte del loro tempo in casa a inseguire le notizie sulla guerra dal cellulare. Non escono mai e questo non va bene». Per aiutare queste famiglie ad uscire da questo isolamento i volontari come Julia cercano di organizzare attività.

Alla comunità ucraina manca però uno spazio in cui ritrovarsi: «Faccio appello a parrocchie o associazioni che potrebbero mettere a disposizione uno spazio. Per noi sarebbe importante avere un luogo dove organizzare incontri e attività».

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