RIMINI. «What exactly the voyage will be you will know after»: lo si sa solo dopo quale sarà esattamente il viaggio. La voce di Federico Fellini, nel suo inglese dalla pronuncia sempre così italianizzata (quasi fosse una pigrizia, forse un vezzo, ad impedirgli una parlata più corretta e fluida) irrompe sullo schermo dopo pochissimi minuti dall’inizio del film. Come a raccordare le immagini, che precedono, di due diversi viaggi: l’ultimo di Federico Fellini in terra (e l’immagine è quella del funerale, a Roma, presa a prestito dal documentario che gli dedicò Sergio Zavoli) e il viaggio – invece filmico e colto nel preludio della partenza – del personaggio di Moraldo nel finale de I vitelloni: «Guido… sì parto». «E dove vai?» «Non lo so… parto».
Il viaggio, il film
Il viaggio è una delle parole chiave attraverso le quali è costruito il racconto di un Federico Fellini indagato con profondità e visione nuova nel documentario Fellini degli spiriti, diretto da Anselma Dell’Olio e prodotto da Mad Entertainment con Rai Cinema, in coproduzione con Walking the Dog, Arte e Rai Com.
Anteprima a Bologna e Rimini
Dopo due anni di lavorazione, tra ricerche e realizzazione, il film si offre finalmente al pubblico: selezionato (ma rimasto finora nel limbo causa emergenza Covid19) dal Festival di Cannes per “Cannes Classics Sélection officielle 2020”, il film sarà presentato in anteprima internazionale domenica 23 agosto in piazza Maggiore a Bologna, nell’ambito della XXXIV edizione del festival Il Cinema Ritrovato, per arrivare il 30 agosto a Rimini all’Arena Lido, in anteprima nazionale, prima dell’uscita nei cinema di tutta Italia prevista per il 31 agosto, 1 e 2 settembre (distribuzione Nexo Digital).
A comporre il ritratto, una densa mole di filmati recuperati dagli archivi di Rai e Istituto Luce, dalla BBC, dalla tv spagnola (il programma degli anni Settanta/Ottanta A fondo di Joaquin Serrano), spezzoni e immagini dei film di Fellini (e non solo i soliti da La dolce vita e 8 ½, ma anche e soprattutto da Giulietta degli Spiriti, La voce della luna, Lo sceicco bianco, Il bidone), pagine del Libro dei sogni, brevi incursioni di animazione. E soprattutto tante voci, quelle di conoscenti, amici di Fellini, artisti, cartomanti, giornalisti, studiosi: il direttore della Cineteca di Bologna Gianluca Farinelli, lo sceneggiatore e collaboratore di Fellini Gianfranco Angelucci, lo storico Andrea Minuz, e poi Nicola Piovani, Gigi Proietti, Ermanno Cavazzoni, i giornalisti Vincenzo Mollica, Maurizio Porro, Leonetta Bentivoglio, Fiammetta Profili, assistente per 13 anni di Fellini, l’analista Lella Ravasi, Annalisa Carlucci l’amica magica, Marina Ceratto, i registi William Friedkin, Damien Chazelle, e Terry Gilliam…
Fellini, Bernhard e Rol
Due i “pilastri”, le figure “paterne”, che aiutano a collocare sotto una corretta luce una figura di uomo e di artista vista nella sua unicità, capacità “profetica”, complessità: lo psicanalista junghiano Ernst Bernhard e il sensitivo torinese Gustavo Rol. Un incontro, quello tra Fellini e Bernhard in particolare, che porta a una «rivoluzione copernicana» nel suo modo di fare cinema (Farinelli), che porta ad una nuova nascita: di lì in avanti «è nato un nuovo Federico Fellini» come afferma nel film l’amico e sceneggiatore Gianfranco Angelucci. E i “segni”, nella sua filmografia, saranno evidenti, soprattutto da 8 ½ in avanti.
La psicoanalisi come porta di accesso all’inconscio (l’approccio junghiano piuttosto che quello “troppo” analitico freudiano), ma anche la magia, gli I Ching, i tarocchi, la religione: tutto ciò che era porta aperta verso lo sconosciuto, l’aldilà, l’altrove era attrattivo per Federico Fellini, che sperimentò anche, sotto guida medica, l’LSD.
«Fellini aveva una parola che amava molto usare – rivela Anselma Dell’Olio – ed era sconosciutezza».
Perché è stato però così importante l’incontro di Fellini con Bernhard, che diventerà il suo psicoanalista?
«È stato fondamentale perché gli ha aperto spirito, cuore, testa. E Fellini ha capito che era la chiave per esprimersi pienamente come artista».
Come è nata l’idea di realizzare un film in questa chiave?
«È un film che nasce in verità da una idea dei produttori, Maria Carolina Terzi e Luciano Stella, di Mad Entertainment. Loro hanno pensato fossi la persona giusta, dopo avere visto il precedente mio documentario su Marco Ferreri (La lucida follia di Marco Ferreri, 2017). Ma anche per il fatto che io ho conosciuto di persona Fellini, avendoci lavorato insieme, in Ginger e Fred. Mi sono divertita molto a realizzarlo, e anche appassionata. Ho visto e rivisto tutti i film di Fellini, cercato documentari, testimonianze… Mi auguro aiuterà a introdurlo o a reintrodurlo ad un pubblico che pensa di conoscere Fellini ma che in realtà ne ha una conoscenza solo riduttiva e superficiale».
In “Fellini degli Spiriti” il film più citato è “Giulietta degli Spiriti”, c’è un motivo?
«A parte il titolo in assonanza, trovo che sia il film più “bernhardiano”. Fellini ebbe un grande dolore per il fatto che lo psicanalista non poté vederlo perché morì prima della sua uscita. C’è tutta la proiezione del subconscio di Fellini in quel film, che non è ancora stato capito sino in fondo».
Come è avvenuto l’incontro tra lei e Fellini?
«In occasione di Ginger e Fred. Io vivevo allora negli Usa, ma lavoravo come dialoghista, ho fatto adattamenti e traduzioni di molti film italiani. Mi segnalò a Fellini Mario Maldesi, grande direttore del doppiaggio. In seguito ho lavorato con lui anche per Intervista, traducendone il progetto. Ne sono stata amica, frequentando sia lui che Giulietta».

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