Arrestata Daniela Poggiali, l’ex infermiera condannata per omicidio

Daniela Poggiali, l’ex infermiera dell’ospedale “Umberto I” di Lugo è stata arrestata questa mattina. La 47enne di Giovecca – recentemente condannata in primo grado a 30 anni (con rito abbreviato) perché accusata di avere ucciso il 12 marzo 2014 il paziente 95enne Massimo Montanari, e in attesta dell’Appello ter per un’altra morte in corsia, quella della 78enne Rosa Calderoni, avvenuta l’8 aprile dello stesso anno – è stata rintracciata a casa della madre, a Conselice per essere accompagnata in carcere.

L’ordinanza di custodia cautelare, richiesta venerdì scorso dal sostituto procuratore Angela Scorza, titolare del fascicolo insieme al procuratore capo Alessandro Mancini, è stata emessa dal giudice Janos Barlotti alla luce delle valutazioni esposte dalla Procura in seguito alla recente condanna. Nel documento, si parla di esigenze cautelari legittimate dal pericolo di recidiva.

La condanna a 30 anni

Facciamo un salto indietro nel tempo. È il 12 marzo del 2014. Al reparto di Medicina dell’ospedale di Lugo si registra il decesso improvviso e inaspettato di un paziente: si chiama Massimo Montanari, 95 anni, ricoverato da alcuni giorni e in attesa di essere dimesso. Dal 15 dicembre scorso il giallo della sua morte, inizialmente inspiegabile, porta la firma di Daniela Poggiali. La 47enne, all’epoca infermiera all’Umberto I, è stata infatti riconosciuta colpevole di omicidio volontario e condannata dal giudice Janos Barlotti a 30 anni di reclusione.

La sentenza, pronunciata dopo oltre due ore e mezza di camera di consiglio, ha tenuto conto dello sconto di un terzo della pena concesso dal rito abbreviato, a fronte della richiesta di condanna all’ergastolo presentata della Procura. E si somma al recente deposito delle motivazioni con le quali la Cassazione – caso unico in Italia – per la seconda volta ha “demolito” l’assoluzione dell’infermiera pronunciata dalla Corte d’assise d’Appello in merito a un’altra morte in corsia: quella della 78enne Rosa Calderoni, spirata circa un mese dopo Montanari, e dalla quale è partita la maxi inchiesta.

Le 38 morti sospette

I decessi dei due anziani rientrano tra le 38 cartelle cliniche riferite ad altrettanti morti sospette, sulle quali la Procura in questi anni ha voluto vederci chiaro. Alla fine, sono rimasti in piedi solo quei casi, Calderoni e Montanari, per i quali è stato ricostruito un quadro probatorio ritenuto «indiscutibile». Analoghe le accuse a carico della 47enne: omicidio pluriaggravato e peculato, per essersi appropriata in qualità di operatrice sanitaria, di farmaci in grado di uccidere.

Il movente e il decesso

Sostanze letali, tuttavia, che non è stato possibile individuare nel corpo del 95enne. Eppure, secondo le contestazioni, la Poggiali avrebbe avuto un movente: l’anziano era l’ex datore di lavoro del suo fidanzato, e aveva avuto una discussione animata con lui qualche anno prima. L’infermiera lo aveva minacciato di morte insieme alla segretaria, con frasi ben precise: “Fate in modo di non capitarmi sotto, perché vi faccio fuori”. Quel “capitare sotto”, secondo il verdetto del giudice, si era concretizzato appunto quando Montanari era stato ricoverato per una patologia polmonare il 6 marzo del 2014, finendo nel reparto di Medicina. Le sue condizioni erano però in miglioramento, tanto che la mattina del 13 marzo sarebbe stato dimesso. Ma una sequenza di eventi – così ha ricostruito l’accusa – ha fatto sì che le cose andassero diversamente. La Poggiali era rientrata dalle ferie l’11 marzo, scoprendo che Montanari era ricoverato al settore D, prospiciente al suo. La sera seguente, dopo avere insistito per fare il “giro delle glicemie”, era stata vista entrare nella stanza in cui si trovava il degente e praticargli un’iniezione nonostante non fosse sottoposto ad alcuna terapia endovenosa. Si era allontanata per poi ritornare nella camera poco più tardi. Qui la prima di una serie di domande: perché l’infermiera non diede alcun allarme a fronte dell’aggravarsi delle condizioni del paziente? Per l’accusa quella seconda visita sarebbe stato un chiaro intento di scongiurare manovre di rianimazione.

L’ipotesi del potassio

Più difficile, se non oggi impossibile, stabilire che cosa abbia ucciso Montanari. Escluso l’infarto, dato che i compagni di stanza non si sono accorti di nulla; così pure l’aritmia, considerato che nel 2012 l’anziano era stato dotato di pace maker. Una possibile risposta la offre allora il processo per la morte di Rosa Calderoni, datata 8 aprile di quello stesso anno, e ricondotta dalla Procura a un’iniezione di cloruro di potassio, letale in pochi minuti e non individuabile nel lungo periodo. In primo grado, le tracce di sostanza rinvenute nel deflussore ricondotto alla vittima avevano rappresentato una delle prove principali, tanto da costare la condanna all’ergastolo. I successivi colpi di scena in Appello e in Cassazione, con una doppia assoluzione e altrettanti annullamenti, hanno portato ora all’Appello ter, sul quale potrebbe pesare la recente sentenza. Novanta i giorni per il deposito delle motivazioni, in attesa delle quali i difensori della 47enne, gli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera, hanno scelto di riservarsi eventuali commenti.

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