Domenica prossima si terranno le elezioni regionali in Emilia-Romagna e per la prima volta, nella storica roccaforte della sinistra italiana, il risultato della competizione non è prevedibile in partenza. La sfida tra Stefano Bonaccini del PD, presidente uscente della regione sostenuto da tutto il centrosinistra, e Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega appoggiata dal centrodestra si profila, secondi tutti i sondaggi, come un testa a testa all’ultimo voto. Pur trattandosi di una sfida il cui esito investe soprattutto il futuro del governo della regione Emilia Romagna, le sue implicazioni per la politica nazionale sono sotto gli occhi di tutti e sono state ampiamente discusse.

È indubbio che la sconfitta di Bonaccini potrebbe avere ricadute sulla tenuta del governo nazionale, sulle dinamiche interne ai partiti che sostengono tale governo e, infine, sulla dialettica tra maggioranza e opposizioni.
Ma al di là di queste questioni importanti che afferiscono alla contingenza politica, la competizione elettorale in Emilia-Romagna racchiude in sé una valenza più ampia nella misura in cui, seppur in scala ridotta, propone temi (e dilemmi) con i quali sono chiamate a confrontarsi quasi tutte le democrazie avanzate occidentali. Pensiamo, in particolare, agli interrogativi che pone la questione del rapporto tra le dinamiche della competizione elettorale e i fondamentali dell’economia dell’Emilia Romagna. Come si spiega che, in una regione che fa della propria integrazione nei mercati europei e globali una delle chiavi del proprio successo economico (con un saldo attivo nella bilancia commerciale di circa 13 miliardi all’anno), le dinamiche del consenso elettorale spingano in avanti partiti che mettono esplicitamente in dubbio (almeno nelle loro piattaforme politiche nazionali) questi legami di interdipendenza economica? E quale prospettive economiche avrebbe una regione con queste caratteristiche se questi legami di interdipendenza economica dovessero effettivamente venire meno? Con le dovute differenze di scala, i termini di questo dibattito sono gli stessi che attraversano la sfera della politica nazionale italiana – visto che l’Italia è un esportatore netto che vede proprio nelle esportazioni in Europa e nel resto del mondo uno dei traini della propria (esigua) crescita economica – e di altri sistemi politici – si pensi alle implicazioni delle politiche economiche di Trump e alla Brexit, ma anche al successo in vari paesi europei di forze politiche che propongono varie forme di sovranismo economico.
Chiunque risulterà vincitore dovrà confrontarsi con una di queste due questioni, che poi sono due facce della stessa medaglia. Un eventuale centro-sinistra vincente dovrà confrontarsi con la prima domanda. Per farlo sarà necessario un bagno di umiltà che permetta di riconoscere che nel sostegno elettorale al centro-destra si esprime una domanda di protezione sociale contro i “costi” della globalizzazione alla quale non si potrà continuare a rispondere solo con un richiamo generico ai pur innegabili risultati del buongoverno emiliano-romagnolo. In questo caso, la sfida consiste nell’introdurre elementi di discontinuità anche radicale che permettano di rendere compatibile la vocazione economica internazionale dell’Emilia-Romagna con il consenso popolare. Un centro-destra vincente non potrà evitare, invece, di rispondere alla seconda domanda. In questo caso ci si scontrerà con la sfida opposta. La (vaga) ricetta di politica sovranista si è dimostrata efficace nell’intercettare le legittime preoccupazioni degli “scontenti” della globalizzazione ma la sua applicazione potrebbe avere effetti disastrosi per un’economia che ha nella sua vocazione internazionale uno dei principali punti di forza. Si pone il problema, quindi, di riuscire a declinare una proposta elettoralmente vincente con realismo, traducendola in politiche compatibili con i fondamentali dell’economia emiliano-romagnola. Paradossalmente, l’attuazione di politiche che non tradissero le promesse elettorali finirebbero per compromettere gli interessi di lungo termine di tutti gli emiliano-romagnoli, compresi quanti nella ricetta sovranista hanno riposto le loro speranze.
Tutto sommato le questioni profonde che sottendono la scelta che gli elettori faranno domenica prossima in Emilia-Romagna non sono molto dissimili da quelle che attraversano molte democrazie occidentali: capire come rispondere alle chimere del sovranismo per rendere politicamente sostenibile la democrazia entro i vincoli della globalizzazione.

*professore ravennate di Scienze politiche (Relazioni Internazionali) all’Università Trento

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