Surgital corre veloce Fatturato oltre quota cento

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Quando all’inizio dell’anno scorso hanno presentato i risultati di bilancio 2021, dentro Surgital la prospettiva era di poter raggiungere i cento milioni di euro di fatturato entro i successivi due anni. In realtà ne è bastato solo uno all’azienda di Lavezzola, leader nella produzione di pasta fresca surgelata. «La ripartenza iniziata a marzo dell’anno scorso - dice molto chiaramente Massimiliano Bacchini, direttore commerciale di Surgital e membro del cda - ha colto di sorpresa anche noi».

Parliamo allora di numeri: quali sono stati quelli del 2022?

«L’azienda ha chiuso con ricavi consolidati pari a 105 milioni di euro, superando del 33% il già ottimo risultato del 2021 che, a sua volta, aveva visto il fatturato salire del 36% sul 2020. Che dire: siamo andati ben oltre le nostre aspettative».

Cosa vi aveva indotto alla prudenza all’inizio dell’anno? L’esplodere dell’inflazione?

«Lei deve considerare un aspetto: il 75% dei nostri ricavi arrivano dai consumi del “fuori casa”. Parliamo di un settore che nel 2020, a causa del Covid, era sostanzialmente sparito da un giorno all’altro. Di conseguenza, dopo un anno simile la prudenza era d’obbligo. Tuttavia, già nel 2021, quando sono venute meno le restrizioni, si è verificata un’ottima ripartenza dei consumi, che si è poi ripetuta l’anno scorso. A settembre, visto anche il contesto macroeconomico globale, pensavamo che avremmo assistito ad una contrazione; invece, così non è stato e questo ci fa ben sperare anche per questi primi mesi del 2023».

Dato che mi ha anticipato la domanda, le chiederei qualche specifica in più: crede che le sfide principali del 2023 si giocheranno ancora sul tema prezzi?

«La nostra sensazione è che il picco dell’inflazione sia stato toccato e cominciamo a vedere qualche segnale di parziale riduzione. Parlo di parziale perché sul fronte dei trasporti, ad esempio, non ci sono stati grandi cambiamenti, con costi che si mantengono alti rispetto al passato. Quindi la risposta è sì, il tema prezzi rimarrà a mio avviso centrale, poiché il riposizionamento dei costi su livelli più ridotti sarà piuttosto lento».

Il comparto del food italiano sta sempre più sfruttando le fusioni e le acquisizioni come leve per la crescita. Voi di Surgital avete delle operazioni nel mirino?

«Per i prossimi anni riteniamo di avere risorse finanziarie e competenze sufficienti a mantenere questa impostazione del business. Questo vuol dire che non valutiamo l’inserimento di società terze o di fondi all’interno del nostro capitale e nemmeno una quotazione in Borsa. Allo stesso tempo, al momento non prevediamo di effettuare fusioni o acquisizioni. Noi nasciamo pastai e siamo stati tra i primi a credere nella surgelazione di questo particolare prodotto; quello che vogliamo fare è continuare a crescere, mantenendo la qualità al centro».

Visto che parla di crescita, quali sono gli obiettivi del vostro piano triennale?

«Raggiungere i 140-150 milioni di euro di fatturato entro il 2025, mantenendo l’Ebitda oltre il 15%».

E come pensate di arrivarci?

«Attraverso una crescita bilanciata del mercato sia interno che estero, irrobustendo così sempre di più il nostro ruolo di leader nel fuori casa. Tradotto in numeri, questo ci porterà da una produzione attuale di 26 milioni di chili di pasta annui a una produzione di 30 milioni».

Avete in mente anche dei prodotti nuovi?

«L’ultima novità che abbiamo presentato al mercato è la pasta plant based. Io la chiamo “pasta non pasta” ed è fatta di verdure, piselli e lenticchie. Sono serviti due anni di ricerca e sviluppo per arrivare al prodotto giusto, ma siamo soddisfatti. È ancora una nicchia, certo, ma sta assumendo un posizionamento sempre maggiore».

Qual è il peso dell’export sul vostro giro d’affari? E quali sono i paesi più rilevanti?

«L’export attualmente vale circa il 46% del nostro intero fatturato. Come Surgital esportiamo in 60 paesi nel mondo e, principalmente, in Europa e negli Stati Uniti. In quest’ultimo caso siamo presenti dal 2014 con una filiale e un magazzino dislocati sul territorio, perché si tratta di un mercato difficile, dove la velocità di servizio è un aspetto centrale».

Visto il valore crescente del brand “made in Italy”, quanto la filosofia della food valley, quindi di un lavoro insieme, è vincente per lo sviluppo di tutta la filiera regionale?

«Il nostro, non devo certo dirlo io, è un territorio di grande valore sotto il profilo del food. La mia opinione è che quello della “valley” sia un valore spendibile perché non è qualcosa inventato dal marketing, ma bensì un concetto che nasce da tanta sostanza: quella del nostro patrimonio enogastronomico regionale».

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