Si avvicina l’udienza davanti al giudice del Lavoro che vedrà contro Francesca Amadori, licenziata dall’azienda di famiglia, e la Gesco: società cooperativa, storica capofila del gruppo di San Vittore leader del settore avicolo. Il Tribunale dal prossimo 13 dicembre esaminerà la carte presentate dalle due parti ed a conclusione dei depositi in cancelleria giudiziaria si scopre che cosa, in maniera contrapposta, la ditta Amadori e Francesca Amadori chiedono l’un l’altro.
Licenziata
A processo a fianco di Francesca Amadori (difesa all’avvocato Domenico Tambasco) ci sarà la consigliera di parità regionale Sonia Alvisi (col proprio avvocato Sara Passante). Francesca Amadori al giudice chiede di essere reintegrata nel posto di lavoro “che le spetta”. Oltre ad un risarcimento danni non quantificato. Francesca Amadori chiede al giudice di certificare come il suo licenziamento sia avvenuto al culmine di una discriminazione di genere (di qui l’intervento della consigliera di parità) sotto il profilo dell’inquadramento, della carriera e della retribuzione. Chiede l’annullamento del suo licenziamento e di tornare in azienda come dirigente o minimo come quadro. Lei era direttrice dell’area comunicazione dell’Amadori. Con poteri autonomi di definire ed indirizzare le politiche comunicative dell’azienda. Occupandosi di rapporti con le associazioni di categoria e gestendo un portafoglio sponsorizzazioni. Malgrado questo lamenta di non aver mai avuto la carica di dirigente, in un contesto dove in generale i membri del Cda sono sempre stati maschi e la qualifica dirigenziale era appannaggio solo del genere maschile. Una donna dunque, è l’accusa di Francesca Amadori, anche se manager e pure se della famiglia proprietaria, non avrebbe mai potuto aspirare a ruoli e retribuzioni maschili.
Il licenziamento
Francesca Amadori ritene oltrechè di essere stata dequalificata professionalmente, anche di essere stata psicologicamente messa sotto pressione. In particolare da inizio 2020 le sue capacità di manovra nell’area comunicazione sono state limitate perché il suo ruolo era finito sotto al controllo dell’area marketing strategico (gestita da un dirigente... uomo). Fino a quel momento gestiva direttamente budget da oltre 2 milioni. Come una dirigente - manager. Da allora la sua autonomia è invece stata annullata: dovendo rendicontare ogni spesa e non gestendo più direttamente neppure il personale di area comunicativa, venendo tenuta fuori anche dai progetti più importanti legati alla sua funzione. Una situazione che (unita ai “trattamenti” aziendali che Francesca lamenta da parte del padre Flavio) è precipitata fino ad uno stato di sofferenza e disagio, certificata da uno psicoterapeuta; che la porta ad assentarsi dal lavoro per malattia con una diagnosi di “disturbi misti quali relazione allo stress”. Francesca Amadori chiarisce che se verrà reintegrata nelle sue vecchie mansioni tornerà subito a lavorare. È il momento in cui l’azienda la licenzia per insubordinazione e assenza ingiustificata.
Richiesta danni
Davanti al giudice di contro l’azienda Amadori chiederà a Francesca Amadori un maxi risarcimento. Non per l’essere rimasta a casa come da certificazioni mediche o in esecuzione del licenziamento. Ma come danno d’immagine subito. Il primo atto ufficiale da post licenziata di Francesca Amadori è stato abbandonare (in quanto non più dipendente Amadori) la presidenza del consorzio Romagna Iniziative. Un addio dato durante una riunione coi soci del consorzio e dal quale iniziarono a trapelare le notizie sul suo licenziamento. Da allora, secondo l’Amadori, contestualmente con le uscite sui giornali e su internet, Francesca Amadori avrebbe condotto un’escalation di diffamazioni, mettendo in cattiva luce l’intera azienda ed in primis il presidente di Gesco Denis Amadori (suo zio) e l’ora ex Ad dell’azienda Berti. Amadori al giudice presenterà centinaia di articoli sul tema. Con 5 parametri di calcolo, legati alla diffamazione, e con studi fatti da società che stimano il buon nome di un marchio e le eventuali minusvalenze dettate da agenti esterni, l’intenzione è quella di chiedere (tramite l’avvocato Ulisse Correa del foro di Roma) un risarcimento danni, nell’ordine minimo di circa un milione e mezzo di euro. Tutti elementi, quelli depositati, che il giudice del lavoro inizierà a vagliare dalla prossima metà di dicembre.
f.f.