Cesena, marito morto d'infarto: sos di una donna alla sanità locale

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«Le procedure per trattare una persona colpita da infarto fanno la differenza. Se le cose fossero state diverse per mio marito, forse si sarebbe potuto salvare». Licia Evangelisti, cesenate, è vedova dallo scorso 16 agosto. Suo marito, il 74enne Maurizio Nicolini, è morto per le conseguenze di un infarto ed a distanza di mesi la donna è rimasta colpita dall’articolo pubblicato nei giorni scorsi dal Corriere a tema malori di natura cardiaca. L’emodinamica h24 al Bufalini, malgrado anni di discussioni, appelli e petizioni, ancora non c’è. Recentemente l’emergenza - urgenza del 118 ha adeguato i suoi protocolli a quelli del resto della Regione. Le chiamate dell’utenza per possibili malori di natura cardiaca si rivelano serie e tali soltanto nel 5% dei casi. Così se fino a qualche tempo fa quando veniva attivato il 118, a soccorrere i pazienti andavano subito ed in contemporanea ambulanza ed auto col medico, adesso la medicalizzata viene spostata soltanto dopo una prima valutazione fatta dall’infermiere d’ambulanza che arriva per primo nel luogo del soccorso. «Ho trovato interessante l’articolo pubblicato nei giorni scorsi. L’ho letto durante una delle tante pause notturne insonni che ho da quando ho perso mio marito. Una vicenda luttuosa sulla quale, chiarisco subito, ho interessato anche un avvocato per cercare di capire se vi siano stati degli errori di valutazione e nel caso quali». Augusto Nicolini aveva avuto dei precedenti di natura cardiaca seri nel 1998. «Quindi da anni era monitorato e consapevole di cosa significasse soffrire di cuore. Lo scorso 23 luglio alle 4 della mattina è finito in ospedale. Si sentiva male. È stato sottoposto ad esami e monitorato. Poi è stato dimesso verso le 10.30 della mattina. Con qualche raccomandazione sul suo stile di vita e nulla di più». Sua moglie sospetta che già in quel momento qualcosa fosse andato storto. E che l’averlo rimandato a casa abbia accelerato la fine. Avvenuta a poche settimane di distanza. «Era la sera di Ferragosto quando si è sentito di nuovo male. Anche questa volta aveva fibrillazioni e sudorazione fredda. Tutti sintomi dell’infarto. È sceso dalla vettura e lo hanno caricato su un lettino di pronto soccorso. Di lì mio marito non l’ho più visto vivo». Da quanto appreso dalla donna non è stato possibile portarlo fino a Forlì per sottoporlo all’operazione necessaria. «Mi hanno avvertito, mentre ero fuori che aspettavo, che sarebbe stato trasportato a Forlì. Quindi mi hanno detto che la mia presenza al Bufalini era inutile. Che sarei dovuta tornare a casa per poi andare a Forlì in ospedale. Hanno provato una prima volta a portarlo via in ambulanza. Ma è andato in arresto cardiaco e sono dovuti tornare sui propri passi. Mi hanno avvertito telefonicamente che lo spostamento verso il Morgagni non era riuscito. Sono tornata verso l’ospedale di Cesena e nel frattempo, dopo averlo rianimato, avevano provato un seconda volta a ripartire per Forlì. Ma ancora senza esito. Alle 3.30 del mattino era morto. Dopo essere arrivato al Bufalini nei primi momenti del giorno 16 agosto. Una conferma, quella che ho vissuto perdendo mio marito, di come avere o non avere medici a disposizione nell’infarto, ed avere o non avere determinati tipi di servizi interni sempre presenti nell’ospedale di riferimento, non sia esattamente la stessa cosa».

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