C'è un genio di Cesena dietro al mito delle Frecce Tricolori

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C’è un ingegnere con radici cesenati dietro la progettazione di uno dei gioielli dell’industria italiana più famosi del mondo. Si chiamava Ermanno Bazzocchi. Classe 1914 e morto nel 2005, si deve a lui la nascita dell’aereo MB-339, attualmente in dotazione alle Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica dell’Aeronautica Militare Italiana. Progettò interamente quel modello, che decollò per la prima volta nel 1976 ed entrò in servizio tre anni dopo. La lettera B contenuta nella sigla sta a indicare proprio la prima lettera del suo cognome. Il “New York Times”, in un articolo in cui gli rese omaggio, sottolineò che era stato «l’ultimo papà di un aeroplano», nel senso che i velivoli successivi sono sempre stati frutto non di un singolo genio, ma del lavoro di vari team di progettisti che si occupano dello sviluppo di singole parti e di aspetti sempre più specifici. Ermanno Bazzocchi, in precedenza, era stato anche il progettista del “Macchino”, velivolo leggero per usi civili che vide la luce nel 1947 ed è un mito per gli appassionati di volo. Negli ultimi tempi si è tornati a parlare del pensionamento degli MB-339, che dovrebbero essere rimpiazzati da jet nuovi di zecca, i T-345A prodotti dal colosso dell’industria militare Leonardo (ma per la verità, da più di vent’anni su parla di un’imminente sostituzione di quei vecchi gioielli dei cieli, che poi non avviene mai). E allora suo cugino, Pierluigi Bazzocchi, che per vent’anni è stato una figura importante del Comune di Cesena (diventando responsabile del settore Turismo, fino al pensionamento nel 2013) coglie l’occasione per evidenziare il legame del progettista del MB-339 con la città dove aveva le proprie radici familiari.

I ricordi del cugino

«Pur essendo nato a Tradate, nei dintorni di Varese, il nostro bisnonno era il patriota Artidoro Bazzocchi, uno dei primi mazziniani cesenati, condannato a morte dalle autorità papaline, pena poi commutata in un periodo di carcere duro. Suo figlio Giulio fu mandato a Torino, in un collegio, per imparare un mestiere. Quando rientrò a Cesena, il fratello maggiore disse che lì non c’erano opportunità e allora si trasferì a Milano, dove comprò uno studio fotografico a Tradate e conobbe quella che diventò sua moglie, che era la figlia del direttore della famosa ditta Borsalino. Ebbero un figlio, che era appunto Ermanno, che rimase sempre molto legato a Cesena dove veniva d’estate, ospite prima di nonna Emma e, quando morì, nella casa della nostra famiglia a Cesenatico». Il rapporto tra Pierluigi Bazzocchi e quel cugino che lui chiamava zio era molto stretto, perché - racconta il primo - «vissi a casa sua nel mio primo anno di università a Milano, quando studiavo Giurisprudenza. Lui mi portava spesso nei capannoni dell’industria Aermacchi. Ricordo in particolare una visita che mi colpì molto. Stavano facendo una prova di resistenza della carlinga di un aereo all’impatto con gli uccelli e il sistema faceva impressione: le venivano sparati contro, con un cannoncino, dei polli. Vedendo che ero un po’ impressionato da quella scena cruenta, Ermanno provò a smorzare la tensione sottolineando che erano carcasse di animali morti».

Una carriera coi fiocchi

All’Aeronautica Macchi Ermanno Bazzocchi era stato assunto nel 1941, dopo avere conseguito la laurea in Ingegneria meccanica col massimo dei voti, al Politecnico di Milano, nel 1938. Durante il corso di studi, aveva ottenuto il brevetto di pilota di aliante e si era messo in luce, vincendo anche un premio nel 1936, per avere realizzato l’aliante EB-1. In seguito, di quel colosso dell’industria aeronautica divenne prima direttore tecnico, poi direttore centrale e infine anche amministratore delegato. Pochi mesi prima di morire, il 17 febbraio 2005, gli fu anche conferita la laurea in Ingegneria aerospaziale ad honorem, su iniziativa di Franco Persiani, preside di quel corso a Forlì. Per sviluppare le sue doti - riferisce ancora Pierluigi Bazzocchi - Ermanno ebbe la fortuna di trovare persone che lo sostennero, perché i genitori non potevano permettersi di farlo studiare: «Il rettore del liceo dei gesuiti non gli fece pagare la tassa d’iscrizione, chiedendo in cambio a suo padre di svolgere l’attività di fotografo per quella scuola. Poi, per iscriversi all’università, una zia materna lo mantenne al Politecnico con la propria pensione. E quando morì un anno dopo, il babbo di Ermanno, parlandone con la segretaria di un negozio all’ingrosso, trovò inaspettatamente la disponibilità del titolare, che si offrì di pagare gli studi».

Sul Macchino contro la pertosse

Un altro ricordo nitido di Pierluigi Bazzocchi è legato al Macchino: «Quando ero un bambino, Ermanno mi fece salire su quel velivolo, simile al Piper, perché si pensava che si potesse curare la pertosse, che mi affliggeva, salendo in quota e poi scendendo rapidamente».

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