Archivi storici: Baldini chiede più attenzione

Sull’appello lanciato da Giuseppe Bellosi per salvare il fondo fotografico di Giovanni Zaffagnini, interviene oggi anche un altro noto scrittore ravennate, Eraldo Baldini, autore di numerosi saggi sulle tradizioni romagnole.

Afferma Baldini: «Conosco benissimo Bellosi e Zaffagnini, e conosco quel patrimonio, che riguarda la cultura popolare e la vita tradizionale della gente di Romagna. A volte vi ho attinto peri miei studi e le mie pubblicazioni, e ne conosco quindi la vastità e l’importanza».

Baldini ricorda i passaggi della questione seguita dal Corriere Romagna: l’università straniera che vuole acquisire il fondo, l’assessore regionale che propone una legge, il direttore della Classense possibilista sull’acquisto (del resto la Classense ospita già un patrimonio di 200.000 immagini e fotografie d’epoca).

«Ma – sottolinea Baldini – è qui che sta a mio avviso il nodo vero del problema: un conto è possedere e ospitare dei fondi importanti, un altro è valorizzarli, farli rientrare in maniera attiva e virtuosa nelle dinamiche dell’arricchimento culturale di una comunità. Credo che la stragrande maggioranza delle persone non lo sappia neppure, che esistono questi straordinari fondi, questi preziosi scrigni di conoscenza e di memoria. Del resto tutto ciò, da noi, che riguarda direttamente o indirettamente la cultura popolare risente da troppi decenni di disinteresse e di sottovalutazione. Una sorta di “damnatio memoriae” che ha relegato nel limbo della marginalità una realtà che invece fa parte a pieno titolo della nostra storia, delle nostre radici, della nostra lingua, della nostra cultura. Perché è da lì che veniamo: dal modo di pensare, dal lavoro, dalle abitudini, dagli stili di vita, dalla mentalità, dalle ritualità, dal “sapere” delle tante generazioni che ci hanno preceduto e che fino circa alla metà del Novecento hanno costituito quel mondo contadino, o comunque popolare e tradizionale, che è sopravvissuto secoli o millenni prima di lasciare il posto alla società moderna. Una “eredità” preziosa».

E continua: «Volete un paio di esempi di questa scarsa considerazione? Il primo riguarda i musei etnografici: oggi, in provincia di Ravenna, di pubblici ne è rimasto solo uno, a San Pancrazio di Russi. Questo museo però non ha un direttore, non ha personale, non ha orari d’apertura fissi… Il secondo riguarda il Centro per il Dialetto Romagnolo, nato in passato con una convenzione tra la Provincia di Ravenna, i Comuni e la Fondazione Casa Oriani, con una sede operativa a Casa Foschi. All’inizio era finanziato dalla Provincia di Ravenna; poi dall’Istituto peri Beni Culturali che ora non esiste più…».

Conclude lo scrittore: «Tornando al fondo Zaffagnini, anche il mio auspicio è ovviamente che rimanga qui. Ma quello maggiore è che venga valorizzato, e che non subisca il destino di finire dimenticato. Un fondo di questo genere acquista o mantiene valore se è disponibile, attivo, “presente”. Se, ad esempio, oltre ad usarlo per allestire mostre si desse vita a una collana di pubblicazioni sui vari argomenti. Pubblicazioni per le quali andrebbero cercati i necessari finanziamenti. Una comunità ha non solo il dovere, ma anche il diritto di essere padrona delle proprie memorie e del proprio patrimonio culturale. Nel caso ciò non si voglia fare, allora è meglio che il fondo (lo dico come provocazione, beninteso) venga davvero ceduto all’università straniera. Sempre meglio che lasciarlo ammuffire in un qualche cassetto nostrano».

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