Aquila: zio bricco che sogno vincere Masterchef

Fra quel milione e passa di spettatori che si è sintonizzato su Sky per la finalissima di Masterchef (il 3,87% di share nonostante la concomitanza con Sanremo), c’era anche lui: il vincitore. Francesco Aquila è il 10° Masterchef italiano, il terzo romagnolo: «Che emozione rivedersi. Ho capito che non era un sogno, ma se lo fosse non svegliatemi».

Personalità, caparbietà, sono stati gli ingredienti per vincere, ma anche un nome molto “telegenico” e quell’esclamazione che è diventata un hashtag fra i più digitati.

«Zio bricco… quale?».

Proprio quello. Un manifesto…

«Zio bricco è il mood 2021, 2022… È uno stile di vita, lo possiamo usare dove e quando vogliamo, in positivo o in negativo e quindi… zio bricco! Che poi è anche il titolo del mio libro».

“My way. Zio bricco che ricette!” è infatti già pronto e contiene ben 120 ricette, tante. Come nascono?

«Dall’evoluzione della mia vita. Le ho divise in tre periodi, passato: cosa mangiavo, cosa mi colpiva. Presente: cosa ho imparato, cosa ho visto, che cosa è cambiato. E futuro con le ricette di ieri e di oggi ma proiettate nel domani. Faccio un esempio: il cappelletto della domenica. In Romagna cosa si mangia la domenica? Lasagne e pollo arrosto con pomodori gratinati, oppure cappelletti in brodo. Allora ho pensato a questo cappelletto doppia camera con pollo arrosto e pomodori gratinati all’interno e un brodo di patate arrosto. Sono ricette che tutti possono fare».

La sua duplice appartenenza, romagnola e pugliese, è emersa nei piatti. Ma con quali ingredienti di queste due terre le piace giocare di più?

«Con quelli della Puglia. Io vivo in Romagna da quando avevo tre anni e sono certamente più romagnolo. Però non dimentico le origini, ho tutti i parenti a Gravina di Puglia e tutte le volte che vado giù mi sento a casa anche lì, dove con una fetta di pane, un pomodoro, un po’ di origano e l’olio io ho fatto un pranzo o una cena divini. Io sono innamorato delle materie prime povere ma mi piace valorizzarle. È facile fare un filetto, la cosa difficile è quando con un pomodoro o un’insalata devi fare un piatto».

Come vorrebbe che fosse definita la sua cucina ?

«Una cucina per tutti, che rispetta la tradizione ma introduce l’innovazione. Il mio antipasto “My way”, ad esempio, è composto da farina, pomodoro, funghi e formaggio con cui ho creato una sferificazione di gazpacho, una cialda che rappresenta il pane e una crema di borragine. Il food cost di questo piatto è di un euro e 50 centesimi ma è un piatto da ristorante».

A Masterchef si è “laureato chef”, ma la sua storia professionale la colloca in sala. Pensa che il suo lavoro venga sufficientemente considerato nella ristorazione italiana?

«Sinceramente non è valorizzato come sarebbe giusto che fosse. Soprattutto in Romagna. Lo chef è visto diversamente dal cameriere, ma dovrebbero essere allo stesso livello perché come si prepara un piatto ha la stessa importanza di come lo si serve, lo si racconta creando in sala il micro ambiente giusto».

Lei insegna, tornerà in cattedra?

«Insegno allo Ial di Riccione, lì mi piace tantissimo trasmettere la passione e incuriosire i ragazzi e spero di poterci tornare».

Come era nata l’idea del talent?

«Spataccando col cellulare ho letto: casting di Masterchef. Ho cliccato e mi si è aperto un mondo. Così una cosa fatta per gioco è diventata un sogno».

La vita cambia da adesso?

«Ho fatto tutto questo per avere un ramo in più nel mio albero immaginario, quindi più possibilità per fare cose diverse. Mi piacerebbe avviare un franchising: enoteca con piccola cucina, dieci piatti e gli abbinamenti. Io che preparo menù e piatti, poi magari sto in sala con i clienti, a me piace tanto il rapporto con le persone».

Lei è il terzo Masterchef romagnolo… una terra vocata.

«L’ospitalità nasce in Romagna, di conseguenza la passione per la cucina è naturale».

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