Gli anticorpi all’odio in nome del popolo

Gli anticorpi all'odio in nome del popolo

«Ripenso a mia madre, poveretta, a cui era stato asportato un seno, costretta a spogliarsi all’arrivo ad Auschwitz e poi a marciare nuda verso le docce. Verso il gas. Tutti condannati a morte senza neanche saperlo. E ripenso, conoscendola e ricordandola, a quanto debba aver sofferto in quel momento, mostrandosi davanti a tutti con un solo seno, come se si stessero prendendo la sua dignità appena prima della sua vita, umiliandola in quel modo, come se l’avessero uccisa ancora prima del gas. E’ questo il dolore tremendo del nostro ricordo, che ci tormenta ogni volta che ci pensiamo, che si rinnova ogni giorno. Purtroppo è successo. Davvero». Luisa Zaban, maestra elementare ebrea sopravvissuta insieme alla sorella alle persecuzioni da parte dei nazisti, vide sua madre per l’ultima volta nel settembre del 1943, quando, compreso che non avrebbe avuto più scampo, decise di sacrificarsi e di mettere in salvo le sue bambine, Luisa e Silvia, caricandole sull’ultimo treno senza il controllo tedesco. Scomparse entrambe, Silvia nel 1997 e Luisa nel 2008, hanno speso la propria vita a insegnare ai bambini delle scuole di Riccione e a raccontare la mostruosità dell’Olocausto che dovettero sopportare: 21 componenti della famiglia, che all’epoca viveva a Trieste, catturati e deportati ad Auschwitz, soltanto 2 sopravvissute: loro due.

Testimonianze preziose come quelle di Luisa e Silvia sono andate perdute e quelle che restano corrono il rischio di non essere prese sul serio. Athos Crudi, riccionese deportato in Polonia e costretto a un anno e mezzo di lavori forzati, già una quindicina di anni fa ammetteva sconsolato di avere abbandonato il proposito di raccontare la sua storia: «Ho smesso – allargava le braccia -, perché chi mi ascolta non può crederci, non può spingersi a pensare a un’esperienza così atroce». E anche la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al lager di Auschwitz mentre il padre e i nonni vennero uccisi al loro arrivo, deve sopportare ignobili campagne di odio o l’indifferenza di chi, ignorando o negando volutamente la storia, rifiuta di renderle omaggio nel momento in cui viene istituita la Commissione contro razzismo e antisemitismo.

In un periodo storico, quello della post-verità, in cui anche una verità assoluta, la Shoah, sei milioni di ebrei ammazzati, diventa relativa, un’opinione, i “Viaggi della memoria” come quello a cui hanno partecipato gli studenti del Molari-Einaudi diventano fondamentali, necessari. Al prezzo di portarsi a casa una spina nel cuore che forse resterà per sempre, fanno aprire gli occhi, scoprire cosa di cui l’uomo è stato capace, quale sia il punto più basso in cui può spingersi, mettendo in guardia, è la speranza, dal commettere di nuovo lo stesso orrendo errore. I ragazzi che hanno partecipato al viaggio li hanno visti davvero i forni crematori, gli ammassi con le migliaia di scarpe, occhiali, vestiti e valigie di chi da Auschwitz ci è uscito passando per un camino, volando via nel vento. Tornati da Cracovia, Podgorze, Auschwizt e Birkenau, lo sanno bene, perché ne sono stati testimoni oculari, dove porta la cultura dell’odio. Banalmente, perché la storia insegna che il male può essere molto banale, hanno compreso, per dirne una, dove si può arrivare partendo dal disegno denigratorio di una stella di David o dal fare il verso dello scimmione ai calciatori con la pelle scura. Si chiama xenofobia, avversione allo straniero, e ha bisogno di anticorpi per essere curata, dosi massicce di cultura e conoscenza diretta. Grazie ai “Viaggi della memoria” questi ragazzi qualche anticorpo lo hanno sviluppato. Lo hanno capito che tutto questo capitolo tremendo della storia dell’umanità, le leggi razziali, i cartelli con scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”, i treni per le deportazioni, i campi di concentramento, le torture, le docce con il gas, le fucilazioni di massa, “la soluzione finale”, è stato scritto attraverso una precisa campagna di odio. In nome del popolo. Contro i nemici del popolo. Che senza rendersene conto si trasforma in un mostro.

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Enea Abati
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Operaio dell’informazione alla redazione di Rimini del Corriere Romagna. Moroso di Roberta, babbo di Nina e Linda. Vivo a Rimini ma tifo parecchio Cesena. Il mio mondo ideale? Quello prima di Internet.

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