“An(somiga)fora”, quelle anfore che legano la Georgia alla Romagna

C’è un filo diretto che lega la Romagna alla culla del vino, la Georgia, ed è il progetto “An(somiga)fora” che ha attirato l’attenzione nei tre giorni della Slow Wine Fair bolognese. Giocando sul dialetto e ponendo l’accento sul recupero di una antica tecnica di vinificazione, dal 2012 il faentino inventore di progetti gastronomici Carlo Catani ha coinvolto una ventina di produttori romagnoli rifornendoli di anfore dall’Est e coinvolgendoli in questa che oggi rientra fra le attività dell’associazione “Tempi di recupero” a tutti gli effetti.
«Tutto nacque dieci anni fa al Vinitaly. Con Walter Dal Pane e Mauro Giardini della cantina Villa Venti avevamo assaggiato degli entusiasmanti vini georgiani – racconta Carlo Catani – e pensammo che quell’antico metodo di vinificazione, con lunghe macerazioni sulle bucce, forse si sarebbe adattato bene all’albana. Così contattai il fiduciario Slow Food di Tbilisi e insieme a lui cercammo di capire come si potessero fare arrivare fin qua le anfore». Fu poi stilato un piccolo disciplinare sul quale impegnare quei produttori che avessero accettato la sfida, e dovevano essere cantine che non usavano la chimica in vigna, che avrebbero fermentato con lieviti indigeni, e usato solo vitigni autoctoni, albana ma non solo. La prima spedizione di anfore in terracotta arrivò nel 2013 e con esse sbarcarono anche i vignaioli georgiani che vendemmiarono sulle colline faentine, nelle vigne di Leone Conti, accompagnando la raccolta delle uve con i loro canti polifonici, come usa in quella terra. «A partire furono una dozzina di produttori amici, tutti in origine piuttosto scettici ma desiderosi di confrontarsi e sperimentare. E in alcuni casi quella scelta portò ad alcuni grandi successi. L’anfora è un contenitore ma anche un espediente narrativo potente», racconta ancora Carlo Catani. Nel tempo la compagine si è allargata, alcuni che c’erano all’inizio hanno rinunciato alle anfore, altri si sono aggiunti. Oggi i produttori che vinificano regolarmente in anfora e sono anche soci di “Tempi di recupero” sono: Cantina San Biagio Vecchio (Faenza), Vigne san Lorenzo (Brisighella), Tre Monti (Imola), Villa Papiano (Modigliana), Villa Venti (Roncofreddo), Paolo Francesconi (Faenza), Podere Vecciano (Coriano), Orsi Vigneto San Vito (Monteveglio), Tenuta Santa Lucia (Mercato Saraceno), Bartolini (Mercato Saraceno), Ancarani (Faenza), Vini Giovannini (Imola), Azienda Agricola Baccagnano (Brisighella), Valle delle lepri (Rimini), e anche l’Acetaia San Giacomo (Novellara).
In fiera i vini romagnol-georgiani si sono alternati all’assaggio attirando curiosità e consensi. L’albana è effettivamente il vitigno che dall’anfora riceve di più. Gastronomica e gustosa è l’albana in magnum 8000 dell’imolese Jacopo Giovannini, una certezza la suadente Vitalba di un’altra cantina imolese, Tre Monti. Sontuosa quella di 2015 di Vigne San Lorenzo, Menis, con una lunghissima macerazione di ben 9 mesi. A Mercato Saraceno sono in due le cantine che vinificano famoso in anfora, Tenuta Santa Lucia e Bartolini che ne fa due versioni che si differenziano per una diversa permanenza sulle bucce. Nel Riminese finisce in anfora una delle rebole di Podere Vecciano, e il pagadebit di Valle delle lepri, ma c’è anche un rosso romagnolo che matura in anfora ed è “A”, il centesimino di Villa Venti. Vini nati per sperimentare, diventati validi interpreti di un linguaggio enologico che rivaluta macerazioni e ossidazioni.

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