Ognuno ha le sue passioni, per molti diventano manie, per altri pura poesia. Alcuni hanno nel cuore Primo Levi, altri il primo Levi’s. Il lughese Angelo Caroli è tra questi, anzi, è questo. Di jeans della più famosa casa americana ne ha davvero visti tanti, scrutandone con mano ogni singola cucitura, proprio come farebbe un mecenate coi suoi quadri materici.

È uno dei più stimati collezionisti di quel famoso brand diventato celebre per i 501, un numero che in realtà non si avvicina nemmeno alla metà dei suoi pezzi gelosamente custoditi. I modelli più strani, i prototipi, tutti quelli con la cimosa e tutte le varianti; non è un caso se viene spesso chiamato per periziare alcuni esemplari rari.

Quanti capi vanta la sua collezione?

«Attualmente 1200, questo è il numero di denim, ma in mezzo ci sono molti modelli, anche di altre marche storiche».

Come nasce l’idea di collezionare questo particolare tessuto che tutti chiamano jeans?

«Da adolescente ho iniziato a comprare e conservare qualche pezzo più interessante, portandolo a casa. Se mi andava bene era meglio, così potevo indossarlo, ma non era fondamentale. In realtà però furono i primi viaggi negli States a farmi “ammalare”, e da lì cominciai ad acquistare dei modelli di un certo valore».

È vero che collezionare rischia di diventare una patologia?

«Io ho avuto la fortuna di farlo diventare un lavoro».

Veniamo a quello che tutti vogliono sapere; qual è il pezzo più pregiato che ha?

«Direi un Levi’s del 1937, acquistato negli anni Ottanta alla cifra di ben 3mila dollari. Un esemplare solo, con il laccetto dietro, l’ultimo con i bottoni per le bretelle e ancora la borchia in rame nella patta. Su quest’ultima particolarità esiste un simpatico aneddoto: una sera il direttore della Levi’s si sedette davanti a un piccolo falò, un po’ troppo vicino, e quando si alzò si accorse della conducibilità termica di quel metallo. Per praticità, o per ripicca, decise di eliminarlo».

Invece il modello più datato che possiede?

aHa compiuto cento anni da poco, è un rarissimo jeans del 1918. Ne ho moltissimi storici, circa trecento, dai primi del Novecento fino agli anni Settanta. Il primo Levi’s è della fine dell’Ottocento e non era nel classico tessuto odierno; inizialmente si usava la tela dei tendoni delle diligenze, di un colore grezzo, senza tinture».

C’è qualcosa che desiderava avere?

«Per cento dollari me ne è sfuggito un altro della stessa annata, del 1918. A metà degli anni Ottanta stavo trattando un Levi’s da 8mila dollari, un patrimonio; se lo aggiudicò un giapponese la stessa sera offrendo al negoziante cento dollari in più».

Sentirla parlare è un po’ come una lezione universitaria, per rimanere in tema sartoriale, lei è davvero un personaggio dai mille “risvolti”; come fa a sapere tutte queste cose?

«A metà degli anni Novanta ho conosciuto un fotografo e uno stylist di una rivista tedesca che volevano realizzare un volume sulla storia del denim. Andammo in California, alla Levi’s e alla Lee, per raccogliere informazioni sul dna di questi brand; allora bisognava spostarsi per conoscere e riportare fedelmente la realtà. Quando gli stilisti della Levi’s vennero a conoscenza della mia collezione, da San Francisco volarono fino qui a Lugo di Romagna; questo tour continuò per una decina d’anni, perché nei loro archivi mancavano molti esemplari».

Dica la verità, lei indossa anche altre marche di jeans?

«Assolutamente no. Tradisco Levi’s solo per qualche Lee, ma raramente».

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