Angelica che fu socialista, femminista, colta e libera

Angelica che fu socialista, femminista, colta e libera
Rimini, primi anni del Novecento. Gli acquaioli alla Fontana della pigna (archivio De Terlizzi)

Tra le figure più rappresentative del socialismo italiano d’inizio Novecento spicca Angelica Balabanoff (1878-1965).
Di origine ebraica, nata in Russia, Balabanoff si distingue per vivacità d’ingegno ed efficacia oratoria. La sua eloquenza, asseriscono le cronache, «è inesauribile»; quando fa sfoggio della sua cultura arriva persino «ad estenuare gli ascoltatori». Con lei la polemica non è possibile; un contradditorio impensabile: ha argomenti che «demoliscono i più affermati avversari».

Angelica che fu socialista, femminista, colta e libera
Angelica Balabanoff


Una donna libera

Il suo carisma, tuttavia, non si esaurisce nella solida preparazione politica e nella fluida dialettica. Irrequieta ed estroversa, Balabanoff è famosa per le sue prese di posizione a favore dell’avanzamento sociale delle donne e anche per una certa spregiudicatezza di comportamento.
Non è un mistero la sua propensione per il sesso maschile. Poco avvenente, ma molto smaliziata e disinibita, l’esuberante socialista è rinomata per le sue fugaci avventure amorose; le è sufficiente una conferenza in un qualsiasi luogo d’Italia per imbastire un flirt.
I suoi spasimanti non si contano: in ogni sezione del partito del Sol dell’Avvenire c’è sempre qualcuno che vanta di aver ricevuto in esclusiva i suoi favori. «Ha il diavolo in corpo», dicono di lei.

L’“amica” Sarfatti

Margherita Sarfatti (1880- 1961), altra brillante e impetuosa progressista, della sua “amica” Angelica scriverà con disinvolto cinismo: «Brutta com’era, grazie al potere magnetico della sua oratoria, o alla relativa celebrità del suo nome, o forse alla candida semplicità degli inviti che non lasciavano scampo alla creanza maschile, fatto sta che la “zitella” Angelica Balabanoff si vantava di non aver mai mancato di partner nei giri di propaganda attraverso città, campagne e borghi d’Italia» (M. Sarfatti, Dux, Mondadori, 1926). Angelica di nome, dunque, ma non di fatto.

Finalmente a Rimini

I socialisti riminesi da tempo invocano la presenza di questa femminista ante litteram per incontri e dibattiti; ma la compagna, sempre in giro per il Paese, non riesce mai a trovare l’opportunità o l’incentivo per “visitare” la roccaforte dei Malatesta. L’occasione per sollecitarne la venuta arriva nel 1910. In quel periodo responsabile della sezione socialista forlivese – organismo politico che impartisce le direttive alla militanza della cittadina adriatica – è Benito Mussolini (1883-1945) e la sua stretta “amicizia” con Balabanof si tramuta in una chance da sfruttare.

Un amore travolgente

I due politici si erano incontrati in Svizzera. Fu proprio l’inquieta e trasgressiva socialista, con l’appoggio di altri compagni, che aiutò lo sbandato emigrante di Predappio a uscire da una crisi “esistenziale” che lo aveva ridotto, dopo le più umili esperienze, a vagabondare come un barbone per il territorio elvetico. In quella circostanza il sostegno pietoso della donna e la stretta frequentazione avevano coinvolto la sfera dei sentimenti e tra i due era sorto un amore travolgente. Angelica, maggiore di cinque anni, apprezzava del romagnolo la focosa passionalità. Benito, “riconoscente”, diceva dell’amica: «È troppo brutta, ma ha un’anima nobile e generosa».

Il comizio del 1910

Proprio per compiacere Benito, che la contatta a nome della sezione socialista riminese, Angelica accetta di tenere una conferenza pubblica in riva all’Adriatico nel tardo pomeriggio di sabato 10 dicembre 1910.
Il comizio, che ha per tema “La lotta di classe e il socialismo”, si svolge nel salone dei concerti del teatro Vittorio Emanuele II e, come era prevedibile, attira una marea di gente, anche da fuori comune. Balabanof, come al solito, incanta l’uditorio e – stando a La Riscossa – riceve una miriade di applausi. Ultimata la trascinante esposizione, il pubblico rivolge all’oratrice qualche domanda di prammatica, ma senza dare adito a un vero e proprio contraddittorio. Questa parte conclusiva dell’incontro, prevista e sollecitata in ogni conferenze, con Angelica non ha luogo. Nessuno dei più abili esponenti dei partiti avversari, neanche quelli più preparati e dalla parlantina più fluida, se la sente di imbastire con l’oratrice un briciolo di dibattito. Lo scambio di idee, in questo caso, sarebbe stato solo una provocazione persa in partenza.

La cena al borgo

Al termine della riunione, il gruppo dirigente socialista – una ventina di persone – si avvia verso una nota trattoria del borgo Mazzini per la consueta cena a base di cappelletti – ordinaria conclusione di ogni convegno politico – in onore dell’illustre ospite. Strada facendo la comitiva si spezzetta e sul luogo fissato arriva alla spicciolata.
Nella trattoria tutto è predisposto per il convivio: ritratto di Marx e bandiera rossa alla parete, tavola imbandita e gran quantità di Sangiovese.
In piedi e impazienti i compagni aspettano Angelica. A interrompere questa atmosfera di imbarazzante attesa, arriva la notizia: l’esponente socialista manda le proprie scuse e fa sapere di non poter partecipare alla cena.
A questo punto i commensali prendono posto e una volta a tavola notano, imprevista e misteriosa, anche l’assenza di un convitato.
Un’assenza, naturalmente, sospetta. E così, dopo i primi bicchieri di “rosso”, i commenti allusivi sulle due sedie vuote diventano il piatto forte della serata.

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