Andrea Balzani presenta “Non si muore in un giorno di festa”

Questo pomeriggio alle 18 alla sala D’Attorre di Casa Melandi, Giampiero Rigosi presenta l’opera prima di Andrea BalzaniNon si muore in un giorno di festa in dialogo con l’autore. Uscito in occasione del “Giorno della memoria” per Morellini editore, il romanzo intreccia la storia di Jonni, ambientata ai nostri giorni, con quella di Sofia, che si svolge durante la seconda guerra mondiale: un educatore in crisi ritrova fortunosamente i diari di una giovane ebrea, alle prese non solo con le brutture della guerra e della persecuzione nazifascista, ma anche con un segreto, che si ripercuote anche sulla quotidianità di Jonni. Andrea Balzani, ravennate, già vincitore nel 1999 del premio “Percorrendo la memoria”, oggi è insegnante ma è stato educatore e giornalista, sempre con la passione per la scrittura.

Balzani, che libro è “Non si muore in un giorno di festa”?

«Il libro parla di due persone lungo due linee temporali diverse. Uno dei due protagonisti si chiama Jonathan, anche se tutti lo chiamano Jonni, ed è un quarantenne dei nostri tempi, mentre l’altra è Sofia e la sua storia si svolge verso la fine del ’44, in Italia nel pieno della tragedia nazifascista. Lei era di origine ebraica e la sua è, come si può immaginare, una storia di sopraffazione, di sangue, di perdita sotto tanti punti di vista, anche ovviamente dell’innocenza. La storia di Sofia la conosciamo attraverso Jonni che legge i suoi diari, quindi il motore è Jonathan e la sua scoperta, però il cardine della storia sono i diari di Sofia, sia per la vita di Jonathan sia per la funzione che svolgono nella storia, cioè mettere in scena la vita di Sofia, quello che è stato e soprattutto un segreto, che coinvolge anche l’attualità».

Da dove nasce la storia?

«La storia in sé è finzione, però come tutte le storie sono vere e false allo stesso tempo. Ma una porzione importante di realtà c’è, perché Jonathan è un educatore e quando io ho scritto il romanzo ero ancora un educatore, e anche io ho scoperto i diari di una vera Sofia. Questa è la parte veramente autobiografica del romanzo, perché i diari esistono, anche se ovviamente non dicono tutto quello che io ho scritto. Diciamo così: il carattere e alcuni punti della storia della Sofia del romanzo collimano con quella veramente esistita; e anche la vera Sofia aveva un segreto, che non è proprio lo stesso del libro».

Come è avvenuta la scoperta?

«Ho scoperto i diari insieme ad un mio collega ed amico, in un capannone, quando lavoravo come educatore. E insieme ci siamo innamorati di questi diari che altrimenti sarebbero andati persi, distrutti probabilmente. Il nome di Sofia è originale, poi il cognome e il nome del marito è un altro; non avevano figli e noi abbiamo cercato di scoprire il più possibile di questa coppia, soprattutto di Sofia. Ed è una storia bellissima nella storia. Io dico sempre che la storia vera è più bella del mio romanzo. Lei in questi diari parlava di una cosa che nel suo passato l’aveva turbata, una specie di ombra: io ho cercato di dare la mia risposta alla vera storia di Sofia, che però in un certo senso rimarrà sempre un mistero. Ora i diari veri verranno ospitati dall’Archivio diaristico nazionale che è a Pieve Santo Stefano, e anche questo l’ho scoperto per caso… sembrava tutto fatto apposta. Per me ormai Sofia è una di famiglia».

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