Anche per la salute del cuore c’è una questione di genere

Il cuore degli uomini e quello delle donne non è lo stesso. La ricerca scientifica sta sempre più puntando a un elemento-chiave, quello della medicina di genere. In sostanza, si tratta di individuare i trattamenti sulla base delle caratteristiche particolari legate al sesso. Sì, perché ci sono fattori diversissimi che vanno tenuti presenti, a cominciare dal maggior rischio per una patologia o per l’altra. «È ormai chiaro che uomini e donne non sono uguali in medicina – spiega Giovanni Battista Zito, presidente di Arca, l’Associazione regionale cardiologi ambulatoriali – Si ammalano in modo diverso, di malattie differenti, non hanno gli stessi sintomi e rispondono in maniera dissimile alle terapie. Riconoscere e valorizzare queste differenze permette di fornire terapie più appropriate allo scopo di garantire a ogni persona la cura migliore, rafforzando il concetto di centralità del paziente e di personalizzazione delle cure». Il tema è anche quello dei trattamenti farmacologici: non tutte le cure, alle stesse posologie, possono andar bene per uomini e per donne. Andrebbero calzati in modo differente. Di recente i cardiologi si sono riuniti in un congresso dal titolo “Medicina di genere”, proprio per fare il punto della situazione. Ed è evidente che la scienza già ha delineato le caratteristiche “in rosa” della prevenzione. Alle donne basta fumare un terzo delle sigarette dell’uomo per essere esposte allo stesso livello di rischio di malattie cardiovascolari. Le malattie autoimmuni, più tipicamente femminili (visto il ruolo immunostimolante degli estrogeni), possono essere associate a una maggior esposizione di avere malattie a cuore e vasi, come anche la menopausa precoce (cioè, a meno di 45 anni).

La Sindrome dell’ovaio policistico può compromettere la salute cardiovascolare delle donne in età giovane tra i 30 e 40 anni, che presentano un rischio più alto (del 19%) rispetto alle coetanee che non hanno disturbi ovarici. E chi ha sofferto di gestosi e ipertensione gestazionale ha un rischio raddoppiato di malattie cardiovascolari entro 5-15 anni dalla gravidanza e, in particolare, un rischio quadruplicato di sviluppare ipertensione arteriosa. «La medicina è stata tradizionalmente governata con un’impostazione ‘androcentrica’, trascurando l’esistenza di importanti differenze di genere in termini di suscettibilità, manifestazione clinica, risposta alle terapie e prognosi in diversi contesti. Ciò non è più accettabile, essendo disponibili evidenze inconfutabili del fatto che le donne presentano un profilo di rischio genere correlato peculiare, hanno un decorso clinico differente rispetto all’uomo e necessitano di terapia personalizzata», commenta Maria Grazia Modena, cardiologa dell’Università di Modena e Reggio.

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