MILANO. Sulla scorta di quanto è nato in questi giorni a Praga a supporto dei lavoratori indipendenti dell’arte, i club, i teatri e le gallerie – messi duramente alla prova dai rigidi provvedimenti posti in atto per contrastare la pandemia di Covid-19 – la FE (Fabbrica dell’Esperienza di Milano), realtà sorta assieme alla storica esperienza della Comuna Baires fondata dallo scomparso Renzo Casali, ha dato vita al “The empty culture festival. Festival del vuoto 2020”, iniziativa pensata per coadiuvare gli artisti italiani in questo difficile momento.
L’evento – che si svolge ovviamente in forma digitale – è partito lo scorso 25 aprile e vedrà la partecipazione di numerosi intellettuali, associazioni culturali ed esponenti del mondo teatrale e letterario italiano, che interverranno per portare, sugli schermi degli utenti che acquisteranno i biglietti, un programma composito, in grado di superare la distanza fisica tra pubblico e artisti, che si prolungherà fino alla fine di giugno e offrirà laboratori di poesia e corsi di scrittura narrativa, seminari di filosofia e percorsi incentrati sul linguaggio teatrale.
A coordinare tutte le diverse forze coinvolte per il macro-evento sarà Alessandro Zatta, presidente dell’associazione FE, che da anni organizza spettacoli e laboratori teatrali.
Zatta, quale è stata l’esegesi di questo evento, che ha già dimostrato di saper convogliare l’interesse di numerosi soggetti interessati alle sorti della cultura e del teatro?
«L’idea del progetto è nata verso metà marzo, quando si incominciava a delineare la difficile sorte del teatro e dei luoghi di cultura, realtà che per prime avrebbero chiuso a fronte dell’insorgere delle misure restrittive e che per ultime avrebbero avuto la possibilità di ripartire e svolgere nuovamente la loro funzione di motori culturali e sociali delle comunità. L’esigenza – prima della futura necessità di riformulare la fruizione degli spazi quando potranno riaprire al pubblico – era quella di trovare il modo di convogliare le energie di tutte le piccole realtà indipendenti costrette al fermo della propria attività. Da questa spinta iniziale a fare rete si è arrivati a incentivare le sinergie esistenti tra la FE e i relatori del progetto “Saffo. Sperimentazioni artistiche filosofiche fuori orbita”, e riproporle nel contesto di un ricco programma d’incontri».
Come è nata l’esperienza della FE e come si inserisce nell’ambito culturale del capoluogo milanese e – più in generale – di quello italiano?
«FE è un centro internazionale di ricerca, formazione e creazione artistica, sorto dall’incontro di diverse realtà accomunate da una visione condivisa, evidente a partire dal nome della nostra realtà, che in spagnolo significa “fede, fiducia, speranza” e che rimanda all’amore e alla devozione per l’arte come esperienza autentica. Cuore del centro è il teatro, con i gruppi di ricerca Comuna Baires, Fare Anima, e Salti Teatrali, insieme all’accademia professionale Acting Languages Academy – primo centro in Italia per attori, registi e drammaturghi, riconosciuto per l’insegnamento della Meisner Technique – alla casa editrice indipendente Editori della Peste” e al Circolo Pickwick Laboratorio permanente di scrittura. Sin dagli esordi siamo stati propulsori di proposte culturali di ampio respiro, dal taglio nazionale e internazionale, ospitando gruppi, incontri e spettacoli – tra i quali il Workcenter of Jerzy Grotowsky and Thomas Richards, il danzatore Paul Dennis, il drammaturgo della Royal Opera di Svezia Stefan Johansson, Paolo Borrometi e molti altri – e ottenendo un crescente riconoscimento di pubblico e critica».
Nell’ambito del festival, avete previsto anche la possibilità – da parte del pubblico – di inviarvi testi, immagini e poesie, con l’intento di farli confluire in una raccolta cartacea. Come è sorta questa iniziativa collaterale?
«Renzo Casali affermava: “C’era una volta un tempo in cui la danza, il teatro, la musica, la pittura, la scultura, la narrativa, la poesia e la musica continuavano a essere elementi organici di un’unica grande orchestra che eseguiva la totalità di un gesto umano”. FE ha sempre promosso la visione transdisciplinare della cultura che intreccia saperi e forme artistiche: il volume Contro il vuoto sarà un’istantanea di questo tempo digitale, capace di essere simbolo letterario e opera collettiva, per fare in modo che il distanziamento al quale siamo costretti non diventi anche futura “lontananza culturale”. Sono già arrivati diversi contributi che verranno selezionati dalla casa editrice Editori della Peste, creata nel 1995 all’interno della Comuna Baires dallo stesso Casali, e ci auguriamo che arrivino a un numero capace di riempire il vuoto che rischia di essere lasciato da questa pagina di storia».

Al festival, che vedrà la partecipazione partecipazione di diversi esponenti della scena culturale italiana – Gianni Turchetta, Carlo Serra, Florinda Cambria, lo scrittore riminese Michele Marziani, Elio Franzini fino ad arrivare a Irina Casali, figlia del compianto Renzo – aderirà anche Paolo Vachino, poeta piemontese da trent’anni residente a Rimini, con all’attivo diversi seminari e laboratori di poesia.
Zatta, come è nata questa collaborazione?
«Vachino – uno dei pilastri di Editori della Peste assieme allo scrittore Luigi Maffezzoli e all’attrice-poetessa Dora Dorizzi – terrà il laboratorio “Trote che cacciano rondini” (23 maggio, dalle 16 alle 18) e porterà la sua esperienza maturata negli anni, attraverso i numerosi laboratori di poesia tenuti in svariati contesti, in particolare all’interno di molte carceri italiane. Questi seminari nel tempo si sono trasformati in “ambulatori di poesia”, luoghi in cui ci si muove insieme per assistere alla “vita che rimane impigliata in una trama di parole”: perché l’uomo non diffonde solo disastro, ma soprattutto poesia, e l’ambulatorio poetico è il locus in cui prende corpo questa straordinaria esperienza collettiva».

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