America’ s Cup, Sirena: il pre start un nostro punto di forza

Auckland, febbraio 2000. Seconda regata di America’s Cup fra Black Magic e Luna Rossa. L’aiuto prodiere della barca italiana, il riminese Max Sirena, nel tentativo di liberare il bulbo rimasto intrappolato in un telo, si ferisce alla testa e sanguina. Viene portato via con un gommone. L’immagine fa il giro del mondo. Oggi come allora siamo di fronte al Golfo di Hauraki, in palio c’è sempre il trofeo sportivo più antico del mondo e i detentori sono sempre i neozelandesi. Ma oggi Max Sirena, 49 anni, è il boss che guida l’Italia a caccia di un successo mai arrivato. In questi 20 anni ha già vinto la Coppa per due volte: nel 2010 e nel 2017. Una volta con il team Usa Bmw Oracle. L’altra con i kiwi di Emirates New Zealand.

Max, sei arrivato al top della vela, questa è la tua settima America’s Cup. Chi (e cosa) ti ha permesso di arrivare fin qui?

«Non per presunzione ma alla fine un po’ di merito è anche di te stesso. Ci vuole volontà, ci vuole lavoro, ci vuole impegno anche nel crearsi le opportunità, perché nella vita vuol dire molto essere al posto giusto nel momento giusto… Ma alla fine sei te con il tuo impegno e i tuoi sogni… e devi darti degli obiettivi in qualche modo raggiungibili. La passione mi ha portato a raggiungere certi obiettivi. Poi devo dire che devo molto anche alla mia famiglia che mi ha sempre spinto a fare. Devo molto a mia moglie che in un certo senso mi ha cambiato. Prima non è che fossi proprio uno molto “stabile”».

Quanta Romagna ti porti dentro anche nelle tue giornate di Auckland?

«Me la porto tutta perché alla fine la passione per il mare mi è venuta in modo spontaneo. Da riminese, con mia mamma che aveva l’albergo, il mare era il posto più facile da raggiungere. Il passaggio alla barca a vela è arrivato grazie alle tante attività che all’epoca c’erano a Rimini, dal Campionato invernale alla Rimini-Corfù-Rimini. Bert Mauri (lo skipper romagnolo vincitore di diverse regate coma la Rimini-Corfù-Rimini, ndr) è stato sicuramente un elemento chiave nella mia carriera. Al di là del fatto di andare in barca, quello che ho imparato da lui (e che mi è più servito) è la parte tecnica, il sapere lavorare sulla barca, il conoscerla, che mi ha permesso di fare degli step molto importanti. Tutte cose che con i mezzi altamente tecnologici sono necessarie perché nel nostro caso il mezzo è altamente tecnologico».

Ad Auckland in questi giorni non sei l’unico romagnolo e anche in passato l’America’s Cup e il mondo della vela hanno avuto dei romagnoli come protagonisti (basti pensare a Raul Gardini o Cino Ricci). Da cosa dipende?

«Quella dei romagnoli è una cosa strana. Ci penso tanto. Penso a Cino Ricci. Penso a Gardini. Ci sono tanti nomi venuti fuori dall’Adriatico, più che dal Tirreno. Pensate anche a Pelaschier… C’è sempre stata una certa rivalità fra Adriatico e Tirreno; noi eravamo considerati quelli del “lago salato”. Il motivo forse risiede nel fatto che abbiamo imparato a navigare in un mare piccolo e avevamo dentro la voglia di esplorare. Noi avevamo l’ambizione di andare a fare le regate nel Tirreno perché lì c’erano gli eventi più importanti: i campionati mondiali, i campionati europei, la Sardinia Cup… Forse quello è stato per noi uno stimolo. E poi, come dice il nostro Cevoli, noi romagnoli facciamo “fatti non pugnette”…

E Rimini?

«Dentro di me c’è tanta Rimini. Purtroppo mi dispiace tanto che ci sono stato e ci sono poco. Mi sento spesso con il sindaco Andrea Gnassi. Guardando Rimini con gli occhi di chi vive fuori, la città è migliorata molto e sta continuando a migliorare. Il mio è un giudizio sulla persona non è un giudizio politico: credo che quello che ha fatto Gnassi in questi anni non l’abbia mai fatto nessuna giunta…».

Sembra il discorso di chi vuol tornare a vivere nella sua città.

«Mi piacerebbe molto ma non sono solo. Ho una famiglia. Ho un lavoro. In questi anni ho vissuto molto come uno zingaro».

La tua America’s Cup l’hai già vinta con gli americani di Oracle nel 2010 (e dopo anche con i neozelandesi). Vincerla per l’Italia sarebbe fantastico. Puoi fare una promessa, se vinci, porterai la Coppa anche a Rimini? Impegnati sin da oggi a fare qualcosa di folle.

«La cosa folle che potrei fare è quella di smettere. Questo lavoro ti dà tantissimo ma ti toglie anche tante perché è molto stressante. Se non vinci hai fallito e ti mettono un po’ sulla graticola. L’obiettivo deve essere solo quello di vincere. Certo se dovessimo vincere un giro a Rimini alla Coppa glielo facciamo fare ma da qui a dire di portare le regate è un altro discorso».

Quante possibilità vi date?

«Dipende da molti fattori. Il nostro team è competitivo ma gli altri hanno lo stesso obiettivo. Si deve passare attraverso degli step. Dobbiamo battere gli altri due challenger e sfidare i neozelandesi. Sarà fondamentale riuscire a migliorare la barca durante tutte queste settimane. Non possiamo sederci. Avremo alti e bassi e non dovremo deprimerci nei momenti difficili. Ogni team ha progettato la barca per condizioni di vento specifiche e molto dipenderà da quelle in cui regateremo. Sotto i dodici nodi vince un team. Sopra ne vince un altro. Sopra i venti nodi è più favorito un altro ancora. Per arrivare alla finale della Prada Cup ci sono tante possibilità e dovremo sfruttarle al massimo. Chi la vincerà sarà sicuramente molto preparato alla sfida con i neozelandesi».

Quali sono i vostri punti di forza?

«Noi siamo molto forti nel pre-start perché abbiamo due timonieri molto forti. Abbiamo impostato il nostro progetto per un vento medio leggero perché sono le condizioni meteo previste. Facendo così è ovvio che abbiamo un po’ compromesso le performance della barca con vento forte e non bisogna dimenticare che queste barche possono viaggiare fino a 50 nodi con tutto ciò che ne consegue».

É necessaria anche una buona preparazione fisica…

«Sì, ci vuole una preparazione fisica notevole. Sono barche che non ti permettono distrazioni. Devi stare sempre sul pezzo, non perdonano. Però sono probabilmente le barche più belle alle quali ho lavorato».

L’America’s Cup si svolge quest’anno in contemporanea con un altro grande evento della vela: la Vendée Globe, dove i velisti navigano in solitaria attorno al mondo, senza scalo. Cosa pensi di quel mondo lì? Potrà mai rientrare nei programmi di Max Sirena? O forse la Volvo Ocean Race, il, giro del mondo in equipaggio e a tappe?

«Forse per la prima volta ci sono similitudini fra gli scafi utilizzati. Certo le nostre barche sono impegnate poche ore mentre le loro devono fare il giro del mondo. Ma c’è molta tecnologia in comune: sono barche semivolanti con piloti automatici di volo… c’è una tecnologia che fino a 5-6 anni fa non esisteva. Poi è chiaro che ti viene anche la domanda se non si sia esagerato visto che molti della flotta si sono dovuti ritirare per rotture. Però la Vendée è bella. Più della Volvo. E’ più romantica. Un’avventura vera: sei da solo… Loro sono gli eroi del mare! Sono amico di Giovanni Soldini è spesso ascolto i suoi racconti sulle traversate oceaniche. Ma certo la Vendée non potrei farla. Avrei dovuto iniziare tanti anni fa. Vedo invece molto bene Ambrogio Beccaria, credo che sarà il futuro della vela italiana negli oceani. La Volvo, invece, forse mi potrebbe piacere farla…».

Qual è la cosa di cui sei più orgoglioso?

«Tralasciando la parte sportiva, sono orgoglioso di aver messo insieme un gruppo di lavoro “figo” e di aver dato un’opportunità a tanti giovani di esprimersi: dagli ottimi risultati che abbiamo già realizzato nella comunicazione (ottenendo in termini di social le migliori performance fra i team di Coppa America) agli aspetti più tecnici con giovani di 20 anni impegnati in lavori di responsabilità».

Cosa volete dimostrare?

«L’unica cosa che vogliamo è vincere! Per noi, per la proprietà, per gli sponsor. Ma soprattutto per noi».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui