America’s Cup, il futuro fu deciso a Ravenna

La più grande rivoluzione tecnologica ed estetica della vela competitiva mondiale è nata a Ravenna. Deve esserci un legame del destino fra la città romagnola e l’arte del navigare. Nel segno del ravennate Raul Gardini e del Moro di Venezia giunse la prima finale di Coppa America per una imbarcazione italiana e di lingua neo-latina, con la storica conquista della Louis Vuitton Cup, di cui si sono celebrati i fasti nel mese scorso, a trent’anni dall’impresa. E oggi viene una straordinaria rivelazione: i calcoli che convinsero New Zealand e Luna Rossa a passare da un catamarano ad un sostanziale aliscafo nell’America’s Cup del 2013 furono fatti a Ravenna. Più precisamente: sono stati compiuti negli stessi laboratori che, a Marina di Ravenna, furono voluti proprio da Gardini. E che oggi sono parte del Tecnopolo.

Lo racconta Alfredo Liverani, oggi direttore del Dipartimento di Ingegneria industriale all’Università di Bologna. All’epoca era a capo dello staff che, sempre sotto l’egida di Unibo, aveva affittato uno spazio all’interno dei laboratori di via Ciro Menotti 48, all’epoca detenuti da Med Ingegneria. La fase luminosa dell’era Ferruzzi si era chiusa già da un po’. Sono però i lasciti di quel periodo che creano i presupposti per la nuova impresa, svelata nove anni dopo da uno dei protagonisti. E influisce probabilmente anche la passione per la vela del professor Liverani: «La persona che creò il legame fra l’Università e i sindacati di Luna Rossa e New Zealand, che in quella fase lavoravano assieme, fu Matteo Plazzi. Che effettivamente era anche sul Moro e poi fece parte dell’impresa sportiva finanziata da Prada – ricostruisce Liverani -. Proprio grazie alla collaborazione che era in piedi, in quella fase, tra le due realtà potemmo fruire dei sistemi di calcolo utilizzati dal team kiwi, con i loro setup. Attuammo quindi gli studi e la simulazione numerica, grazie al nostro know-how». E questo li convinse a costruire il nuovo scafo che, in maniera profana, possiamo definire sollevato, con le due ali che poggiano sull’acqua in dipendenza delle virate. La prima prova spetta proprio a New Zealand, e non è sullo schermo di un pc. E’ in acqua, con lo scafo vero e proprio. Aspettative e tensioni sono altissime, considerando anche l’investimento operato: «L’errore fra calcolo e riscontro pratico risultò di circa mezzo nodo. E si trattò di una simulazione davvero complessa, che dovette contemperare anche l’energia persa per via degli schizzi sull’imbarcazione».

La storia della nautica è così cambiata un’altra volta e Ravenna ha fornito il suo apporto. Che non ha alcuna intenzione di esaurirsi: «All’epoca gli aspetti di delicatezza e riservatezza non ci consentirono di divulgare questa realtà».

Gli sforzi del team diretto da Liverani, però, sono rimasti patrimonio del territorio ravennate e oggi risiedono tra la sede universitaria di via Sant’Alberto e la realtà di Marina di Ravenna. In particolare nel Centro di Ricerca Ambiente Energia e Mare di via Ciro Menotti, che da meno di un anno vive una nuova fase con il tecnopolo, il Laboratorio potrà essere congiunto: «Questi sistemi di calcolo hanno costi enormi – non esita ad ammettere il direttore di Ingegneria industriale –. Noi quindi costituiremo un asset che potrà fornire servizi a diverse imprese. Diventa un vantaggio competitivo per il territorio e per noi una garanzia di finanziamento allo sforzo scientifico. Con la possibilità di personalizzare il genere di prestazione».

Di collaborazioni ce ne sono già in piedi e richiamano i maggiori nomi della nautica italiana. Gli stessi che, vuole il caso, sono rimbalzati sulle pagine dei giornali quando è stata costituita l’impresa Polo nautico, che dovrebbe attivare questo comparto in penisola Trattaroli, nel porto di Ravenna. Ovvero Cantieri del Pardo, Ferretti, oltre che Rosetti. Non c’è da stupirsene, i vantaggi economici da queste ricerche sono piuttosto evidenti: «Gli studi sulla riduzione delle resistenza dell’acqua sullo scafo ci dicono che è possibile, per le imbarcazioni a motore, di ridurre del 50 per cento i carburanti». Intanto, in via Sant’Alberto, una grande stampante a 3D consente la costruzione di stampi da scafo: «C’è chi ritiene che sia possibile stampare, in alcune tranche, un’intera barca. Al momento è diseconomico. Noi stampiamo… lo stampo. Che è l’elemento più costoso per costruire uno scafo. E apre alla possibilità di variare i materiali, con vantaggi di ecosostenibilità».

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