«Ambigua, imperfetta, apolide… Vi presento Amelia Rosselli, poeta»

SAVIGNANO. In realtà un filo rosso c’è, nella sua lunga carriera, che parte dalla new wave italiana con i Violet Eves e arriva fino alle sperimentazioni elettroniche recenti, firmate col nome d’arte NicoNote: la voce.
Pur nella sua ritrosia all’etichetta, Nicoletta Magalotti, riminese classe ’62, ha dedicato la sua vita artistica all’esplorazione della vocalità, per capire come questa “semplice” vibrazione di membrane possa entrarci dentro e muoverci, e come addomesticarne il mistero.
Chiamata a partecipare al festival di We reading, Nicoletta ha scelto di leggere le poesie di Amelia Rosselli, amore di gioventù. Il prossimo 29 maggio, nella Vecchia Pescheria di Savignano sul Rubicone, l’artista di Rimini affronterà le ostiche pagine della poetessa “apolide” per eccellenza, mischiandole con suggestioni sonore e mettendo la sua voce al servizio della musicalità della poesia. L’appuntamento è per le 21, a ingresso gratuito.

Partiamo dalla scelta, molto coraggiosa, di affrontare Amelia Rosselli. Una poetessa difficile, non conosciuta al largo pubblico, che ha posto il rapporto fra parola e musica al centro della sua ricerca. Perché proprio Rosselli?
«Frequento fin da ragazzina le parole di Amelia Rosselli. È una delle mie scritture poetiche preferite, fin dai tempi del liceo».

Come l’ha conosciuta?
«La affrontai per la prima volta studiando esempi di letteratura femminile. Mi ero imbattuta in Sylvia Plath. Alcuni suoi testi sono stati tradotti da Amelia. L’ho scoperta prima come traduttrice, poi come poetessa. L’ho sempre tenuta dentro di me, in tutti questi anni, ma non l’ho mai letta pubblicamente».

Il festival “We reading” è dunque un debutto.
«Sì. E infatti sono molto emozionata e contenta di questa richiesta. Voglio prenderla come un bel momento di condivisione, trasmettere il mio invaghimento per la sua lingua ambigua, piena di imperfezioni, lapsus improvvisi, scarti sintattici. E poi, un altro filo sottile che avverto molto forte con lei, è il suo essere apolide».

Sente una comunanza biografica?
«In qualche modo, sì. Io sono bilingue, di padre italiano e di madre austriaca. Ho studiato qui e sono cittadina italiana, ma porto con me una doppia cultura linguistica. Nei miei lavori uso tantissime lingue: dal tedesco fino al dialetto riminese e ai dialetti austriaci. Mi piace questo mix quando lavoro con la voce e col suono. Per questo mi affascina tantissimo la parola di Rosselli, così intrisa di suono e di filologie, di lingue diverse».

Anche per il suo lavoro l’intreccio fra recitazione, musica e parole è fondante.
«È vero. Infatti per We reading vorrei intrecciare momenti di lettura “tradizionale” a intervalli sonori e musicali. Ad esempio, ascoltare assieme alcuni brani che abbiano una relazione coi suoi testi».

A cosa pensa?
«A Schubert, che ricorre spesso nelle sue poesie. Ma penso anche a materiale elettronico. Voglio divertirmi a creare una sorta di happening attorno ai suoi testi. Sarà un reading concerto sui generis, insomma».

A quali testi farà riferimento?
«Vorrei esplorare il tema dell’intreccio fra le lingue, dal punto di vista sintattico, ma anche fonetico e semantico, leggendo parti del suo Diario in tre lingue. Ma vorrei creare una sorta di antologia personale, non per forza cronologica, mescolando i suoi primi lavori, come Variazioni belliche e Serie ospedaliera, ad altri più tardi, come Appunti sparsi e persi o La libellula, forse il suo poema più famoso».

A Savignano mischierà forme poetiche, musicali e performative: una mescolanza tipica del suo lavoro e soprattutto della sua formazione. Come saranno presenti i suoi maestri, come Romeo Castellucci, per questa data di Savignano?
«L’esperienza con Romeo è stata fondante per me. Penso soprattutto al personaggio meraviglioso di Cassandra nella sua Orestea. Ma mi porto dietro tantissime altre esperienze, come perle di una collana. Penso a Gabriella Bartolomei, grandissima vocalista e mia “maestra-radice”. O ancora prima, i fantastici Roy Hart Theatre, ai tempi del liceo: una compagnia che lavora solo sulla voce e sulla sua relazione col corpo. È la mia vita».

Ha dichiarato che «non ama definirsi». Perché?
«La definizione non serve a me o al mio lavoro. Io devo centrare l’essenza della mia proposta, non definirla. Non mi interessa. Io propongo un lavoro d’intreccio fra diverse arti, legate allo spazio, al suono e alla voce; tesso un filo, offro un gesto. Spesso il marketing dello spettacolo dal vivo richiede una definizione. Mi sono complicata le cose fin da subito: sarebbe senz’altro più comodo definirmi “cantautrice”! Ma la definizione è sterile. Quello che è interessante è condividere il momento».

Se dovesse dire al pubblico come prepararsi a questa esperienza, che cosa consiglierebbe?
«Direi di non aspettarsi niente, e di essere completamente liberi ad accogliere l’ascolto delle parole e del suono».
Info: 348 7428042

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