Amarcort: a Milo Manara il premio “Un felliniano nel mondo”

Amarcort film festival è un evento sotto il segno di Fellini, quest’anno giunto alla 13ª edizione, interamente in digitale. Tre settimane di proiezioni, incontri e concorsi dedicate ai cortometraggi. Sabato 12 dicembre il grande illustratore Milo Manara riceverà il premio “Un felliniano nel mondo”.

Manara, come ha conosciuto Fellini?

«Quando uscì “La dolce vita” non avevo ancora l’età per vederlo, una volta c’erano proibizioni severe. Neanche per “8½” l’avrei avuta ma sono riuscito a entrare lo stesso nel cinema. Ma non capivo ancora il senso di quel film, mi era bastato riempire gli occhi di quelle immagini, di quella musica. Da qual momento i film di Fellini erano l’appuntamento più atteso e desiderato, una rivelazione. Non ho mai mancato una pellicola. Ho sempre considerato Fellini uno dei grandi, alla stregua di Michelangelo, Raffaello e Da Vinci, una presenza che sapevo vivente ma che in realtà ho sempre collocato nell’Olimpo. Come si faceva per le rockstar, ritagliavo tutti gli articoli di giornale su di lui. Non c’era internet, solo le riviste, e io le usavo per seguire Fellini. Questo mi tornò utile nell’84 quando, in occasione del suo compleanno, Vincenzo Mollica aveva chiesto a vari illustratori di fare un disegno. E io che ero un fanatico feci una storiella prendendo spunto dai ritagli di giornale che avevo accumulato, senza pensare che lui l’avrebbe vista. Per me era un’entità astratta, sarebbe stato come se Raffaello avesse voluto vedere i miei disegni».

E cosa accadde?

«Contrariamente al mio pessimismo, li vide, mi telefonò e mi invitò a Roma, lo vidi sul set di “Ginger e Fred”. Disse che la storiella l’aveva toccato. Durante i primi anni eravamo amici in modo molto asimmetrico, c’era una grande confidenza da parte sua, da parte mia un rispetto che sconfinava nella venerazione. Lui vedeva nei disegnatori vecchi colleghi, iniziò la sua carriera disegnando. Nelle nostre conversazioni, molto asimmetriche anche quelle, si parlava soprattutto di fumetti, quasi mai di cinema. Ricordo che una volta aveva avuto la richiesta di andare a cena con Spike Lee, che per ritirare un premio in Italia aveva posto come condizione una cena con Fellini, e lui accettò, era molto gentile. Una volta mi accennò di quando conobbe Bergman, Kubrick…».

Da un’amicizia sono nate collaborazioni come “Viaggio a Tulum” o “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet”. Come lavorava Fellini con lei?

«In modo totalmente diverso rispetto agli altri sceneggiatori con cui ho avuto l’onore di lavorare (Jodorowsky, Hugo Pratt…), che mi davano grande libertà, io ero come un regista della loro sceneggiatura».

«Con Fellini – continua Manara – era un’altra storia. Il regista era indubbiamente lui. Oltre a scrivere la sceneggiatura, faceva lo storyboard, vignetta per vignetta, faceva una brutta copia per farmi capire come avrebbe voluto il disegno. Disegnava veloce, era un ottimo disegnatore. Io facevo una prima stesura che veniva corretta, e poi si passavano giorni sulle modifiche, spesso per l’illuminazione della vignetta, sulla quale Fellini voleva lavorare molto perché veniva dal cinema. Mi ha sempre detto che il cinema non è altro che luce. Perfino nel disegno voleva lavorare sulla luce. Tanto che nella seconda storia che abbiamo fatto io ho usato gli acquerelli per rendere meglio l’illuminazione».

Ma non ci sono stati solo i fumetti.

«Oltre ai fumetti ho fatto anche dei manifesti per due suoi film (“Intervista” e “La voce della Luna”) e anche lì lui faceva degli schizzi e io delle proposte da aggiustare».

Cosa pensa dei disegni di Fellini?

«Fellini veniva da una scuola non realista, di fumetti direi caricaturali, ma anche da influenze espressioniste e futuriste. Invece i disegni da adulto, che illustrano i suoi sogni o i film, erano introspettivi. Lui cercava nelle facce e nei corpi dei personaggi le caratteristiche spirituali. Le faceva affiorare dall’inconscio, le rendeva visibili. In più, i suoi erano personaggi che aveva veramente conosciuto. I disegni davano vita ai ricordi».

Che cosa ha tratto dall’esperienza lavorativa con Fellini?

«La grande influenza sulla mia opera è iniziata prima di conoscerlo. Lavorando con lui c’è stata una scuola ulteriore. Io dovevo fare esattamente ciò che lui aveva in testa. Con enorme rispetto e gentilezza lui mi spiegava i motivi di ogni correzione. La cosa più importante che mi ha insegnato è quella di non accontentarsi mai del primo risultato, ma cercare sempre di visualizzare ciò che si ha nella mente. È difficile concretizzare sulla carta qualcosa che è in testa, l’immagine sfugge, o i nostri mezzi non lo permettono. Per lui invece era indispensabile sviscerare esattamente l’immaginazione. Fellini era incontentabile. O meglio, non si accontentava del poco, voleva il massimo».

Cosa pensa delle opere che avete fatto insieme?

«Sono opere pienamente di Fellini, per le modalità con cui abbiamo collaborato. Come diceva spesso, io ero la sua troupe, il direttore della fotografia, lo scenografo, il costumista… Ho messo a disposizione il mio lavoro per la sua creazione».

Qual è l’aneddoto più caro che ha di Fellini come amico?

«Una volta eravamo a Chianciano, con Giulietta, d’estate. Avevamo lavorato tutto il giorno, ma senza finire. Quindi lui cominciò a informarsi se c’era una stanza libera, e non c’era nel loro hotel, né altrove. Finché fece portare un lettino nell’atrio della loro suite, così passai la notte con Giulietta e Fellini, loro nel lettone e io nel lettino. Naturalmente dormii benissimo. Tra l’altro, curiosamente, io sono del 1945, come il loro figlio, che morì un mese dopo la nascita. C’era una strana situazione, forse avrei potuto essere il figlio che a loro era mancato».

Un rapporto padre e figlio?

«A dire la verità quello con Fellini non era un rapporto paterno, era un rapporto discepolo-maestro. Da parte mia c’era venerazione, lui invece ci teneva al cameratismo. Ai ristoranti si divertiva con me a disegnare sui tovaglioli. E le cameriere li sottraevano. Iniziai a prenderli io per conservarli. “Allora devi disegnarli tu!” diceva Fellini. E le cameriere si dovevano accontentare dei miei disegni. In quei momenti diventava ragazzo. Mi ha definito un suo compagno di scuola più giovane».

Lei ha parlato del fumetto come un’arte che può distinguersi dalle altre per la sua povertà. Ha mai discusso con Fellini su cosa il fumetto può dare al cinema e viceversa?

«I film di Fellini nascevano da disegni. La parentela tra fumetto e cinema è molto stretta. Il fumetto ha delle limitazioni: non ha il movimento né il sonoro. Fellini diceva che il fascino del fumetto è quello di rappresentare delle scene con la fissità delle farfalle trafitte dallo spillone. Il fumetto non ha vantaggi nei confronti del cinema, tranne uno: la povertà. Uno sceneggiatore se scrive per il cinema deve già porsi il problema di quanto costeranno le scene. Nel fumetto invece tutto è possibile, tutto costa praticamente nulla. Il fumetto può sperimentare, raccontare tutto. Ha a disposizione un’infinità di stili, non è un genere ma una forma narrativa che contiene tutti i generi. Un autore che adesso gode di un grande successo, meritatissimo, Zerocalcare, è in realtà poverissimo perché non usa effetti speciali né colore, è un ritorno alla radice del fumetto. Direi che il cuore del fumetto è proprio quello, una matita e una carta. Nient’altro».

Lei ha disegnato un manifesto per Rimini nel 2004, dove si vede il Grand Hotel, caro a Fellini. Si può dire che lei abbia intensi legami con questa città, grazie ai suoi due maestri di origini riminesi: Hugo Pratt e Federico Fellini. Cos’è Rimini nel suo immaginario?

«La città vera si sovrappone a quella felliniana. Sono stato a Rimini varie volte, sia con Pratt sia con Fellini. Un fatto che unisce i due grandi maestri che ho avuto l’onore di avere è che nel 1995 andò in scena un balletto in omaggio a Fellini, prodotto dal Teatro dell’Opera, che debuttò in Piazza di Siena. Le scenografie e i costumi erano miei. Durante la prima, al momento degli applausi io non c’ero perché Vincenzo Mollica mi annunciava che era morto Pratt. Per quella sera disegnai anche il Grand Hotel, dove sono stato ospite diverse volte e non potevo non pensare ad “Amarcord” e allo sceicco con lo stuolo di concubine. Non so se Rimini abbia un’altra immagine così iconica. L’idea di un terrazzo liberty con il mare davanti… questo mi fa pensare a Rimini».

Lei è conosciuto soprattutto per la carica erotica e sensuale delle sue illustrazioni. Questo aspetto può avere dei punti di contatto con alcuni personaggi felliniani?

Di certo esistono per “La dolce vita” e “8½”. Bisogna dire però che le donne come la Saraghina, la Gradisca, la Tabaccaia sono immagini leggendarie del Fellini giovane, gigantesse della memoria. Invece ne “La dolce vita” e in “8½” l’immagine della seduzione erotica è presente nella stessa misura dei miei disegni. Naturalmente il disegno può osare molto più. Il cinema usa corpi veri. C’è un avvicinamento più rispettoso alla nudità. Il disegno invece presenta nudi femminili o maschili da sempre. Il nudo non ha connotazioni di vestiario ed è quindi al di fuori del tempo. Proietta l’immagine umana nell’eterno. Rappresenta il nostro spogliarci da tutte le incombenze terrene per diventare puri spiriti. È ciò che più si avvicina alla dimensione spirituale, e il disegno può approfondire la nudità. Il disegno in questo senso rappresenta un’altra dimensione».

Cosa pensa del premio che sta per ricevere, “Un felliniano nel mondo”?

«Come direbbe Fellini, è del tutto immeritato, lui provava un forte imbarazzo nei confronti dei cinque Oscar e di tutti i suoi riconoscimenti, perché diceva che se sapessero quanto ci divertiamo a lavorare, non ci pagherebbero. La sua impressione era quella di non meritarsi i premi, faceva ciò che gli piaceva e non capiva perché dovessero anche premiarlo. È un doppio onore per me ricevere il premio nell’anno del centenario della nascita del maestro, e del trentennale de “La voce della Luna”, un film molto importante e forse sottovalutato. “La voce della Luna” è un testamento e un atto di accusa, un grido e un lamento, lirico e poetico».

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