Altro giro, altra riforma: l’arte di cambiare tornando al passato

I vertici del basket italiano non cambiano. Mai. E così di fronte all’evidente crisi di risultati a livello internazionale con club e Nazionale (la qualificazione a Tokyo resta purtroppo un’eccezione), alla sterilità dei vivai, alla crisi economica delle società (non della Federazione quella sta benissimo) e alla mancanza di appeal per tv e pubblico cosa hanno pensato di fare? Una bella riforma dei campionati. Ormai sinceramente ne abbiamo perso il conto e la mancanza di fantasia, pure questa cronica, di chi è deputato a muovere gli ingranaggi della pallacanestro tricolore ha partorito un semplice ritorno al passato, ovvero al format pre-2013. Quando l’allora Legadue e la DNA vennero accorpate.

I numeri

La riforma, le cui tempistiche saranno decise in un consiglio federale a maggio (si parla del 2024-2025 con possibile anticipo al 2023-2024), prevede una serie A con 16 squadre e 2 retrocessioni (come ora), un’A2 a 20 (rispetto alle 28 attuali), una B a 32 (dimezzata rispetto alle 64 di adesso) e una C Gold da 96, accogliendo le 40 in uscita dalla Cadetteria e le 56 dell’attuale C (Gold o Silver laddove quest’ultima sia il primo campionato regionale), con divisione in 8 gironi da 12. La C Gold o quarto campionato somiglierebbe, insomma, alla B2 di una volta, e sarebbe gestita dagli Uffici gare regionali. E sotto? Un altro campionato cuscinetto, regionale, per garantire un interscambio equilibrato fra la C Gold (o come verrà chiamata, qui la fantasia non manca invece) e i campionati davvero dilettantistici. Si valuta, per questa quinta categoria, di ridurre da due ad uno solo gli stranieri non formati tesserabili (per intenderci la Virtus Spes Vis Imola avrebbe potuto firmare uno solo fra Diminic e Seskus), mentre nella B sopra citata (2 gironi da 16) potrebbe essere consentito uno straniero a tutti gli effetti (con buona pace della valorizzazione dei giovani italiani).

Se questo progetto, del quale vi risparmiamo gli aspetti economici e giuslavoristici, dovesse andare in porto, i tifosi si troveranno di fronte all’ennesimo ribaltone difficile da comprendere e ancora più complicato da elaborare. Con buona pace di un concetto valido per tutti gli aspetti dell’umana esistenza. Le cose semplici sono quelle che funzionano sempre.

Le conseguenze in Romagna

Detto che fare ragionamenti oggi, senza scadenze temporali precise, è esercizio quantomeno … coraggioso, cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere alle formazioni romagnole “di punta”. Alla luce del rendimento offerto in questi anni sia per Forlì che per Ravenna mantenere il posto in A2 (20 su 28) non dovrebbe essere complicato (si parla pure di un passaggio intermedio a 24) e, senza volerla “tirare” a nessuno, crediamo che pure l’ambiziosa Rbr di questi tempi fra le 20 del secondo torneo nazionale ci starà senza problemi. Più dura, invece, per Cesena, Faenza e Imola, in rigido ordine alfabetico, rientrare tra le 32 della futura B. Considerando le 8 retrocessioni dall’A2, infatti, significherebbe che solo le migliori 24 dell’attuale B conserverebbero il proprio posto, in un campionato fra l’altro dai costi decisamente maggiori rispetto a quelli attuali e vicini all’A2 da cui, tanto per restare alle nostre, l’Andrea Costa si è autoretrocessa. Insomma, stante la divisione in 4 gironi, bisognerà arrivare fra le prime 6 della regular season o comunque abbastanza avanti nei play-off…

Il rischio, per tutte e tre, di fare un passo indietro va insomma messo in preventivo, anche se i Raggisolaris sembrano avere la solidità economica per puntare in alto. Smembrare la B che, onestamente, sembrava un campionato abbastanza funzionale alla tradizione di certe piazze, alle rivalità regionali e al consolidamento della maggior parte dei club in una dimensione “onesta”, non è una grande idea, ma ormai è stata presa e da qui in avanti toccherà ai dirigenti delle società romagnole capire cosa vogliono e, soprattutto, cosa possono fare “da grandi”.

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