RIMINI. «Mi sento un prodotto della sua genialità. Sono nato e cresciuto a Brooklyn e lì Fellini era già una leggenda. I suoi film erano oggetto di culto. È stato un artista talmente grande che non solo io, ma tutti i registi che sono venuti dopo di lui ne sono stati in qualche modo influenzati».
Woody Allen, al secolo Allan Stewart Königsberg, dixit.
Novembre 1993: giornali, tv, radio di mezzo mondo (ancora non c’era la galassia web) vanno a caccia di interviste, ricordi, testimonianze con cui dare copertura mediatica alla scomparsa del maestro riminese. Parla un altro enfant prodige del cinema mondiale, e con le sue parole già ci mette sulle tracce di una affinità, una “consaguineità” con Fellini. «Mi sento un prodotto della sua genialità»: detto da uno come lui ci sarebbe da usare uno di quegli emoticon con gli occhi all’insù.
Però è vero. Allen ha sempre amato Fellini. Lo considerava uno dei grandi riferimenti cinematografici («siamo tutti figli di 8½» disse), e tra quelli che venerava insieme a pochi altri, tra cui certamente Ingmar Bergman.
A proposito di niente
Nell’autobiografia “Woody Allen. A proposito di niente”, appena pubblicata in Italia da La Nave di Teseo (per ora in ebook, in libreria dal 14 maggio), il regista statunitense scrive: «Non incontrai mai Fellini, ma facemmo una lunga e simpatica chiacchierata al telefono».
L’episodio a cui si riferisce risale a quando il regista si trovava a Roma per la promozione di un suo film. «Suona il telefono nella mia stanza – racconta nel libro –. La mia assistente risponde e mi dice: «È Fellini». Non avendolo mai incontrato in vita mia, penso che sia uno scherzo, e le dico di liquidarlo». Qualche minuto dopo Fellini richiama, Allen dice alla cameriera di «farsi dare un numero, per verificare se è davvero Fellini. “Dice che chiama da una cabina telefonica”, mi dice l’assistente». Il regista e comico statunitense lo prende quindi per «uno scherzo, e le dico di mandarlo a quel paese». Dopo cinque minuti, nuova telefonata di Fellini. Prosegue Allen: «Io sono intenzionato a liberarmi di quello scocciatore una volta per tutte, ma dà il suo numero di casa alla mia assistente e le dice di chiamarlo la mattina dopo. Adesso comincio ad essere un po’ inquieto. E se avessi mandato a quel paese uno dei miei miti? Uno dei grandi artisti del cinema?».
Andò a finire che il giorno dopo fu Allen stesso a chiamare Fellini e «facemmo una lunga chiacchierata. Disse che gli piacevano i miei film (o mentì in modo convincente per essere uno appena sveglio) e che aveva l’impressione che venissimo da ambienti che si somigliavano molto. Alla fine gli promisi di andare a trovarlo la volta che sarei passato da Roma. Quando successe, era già morto: forse temeva che dicessi sul serio».
L’autobiografia di Allen – che doveva uscire in anteprima negli Usa ma la casa editrice Hachette ha rinunciato ai diritti per via delle accuse mai provate di molestie rivolte al regista da Mia Farrow e dalla figlia Dylan – è una lettura spassosissima: Allen ripercorre la propria carriera dalle origini, con il suo inconfondibile understatement, e anche se talvolta i riferimenti a personaggi e situazioni dell’ambiente statunitense possono portare a perdersi, è impareggiabile il godimento e la risata che scatenano certi suoi commenti e chiusure di frasi, al pari che nei suoi film.
Tra parentesi, per i cinefili: altra recente pubblicazione su Allen è Il mondo di Woody di Roberto Escobar (il Mulino).
Anche solo a scorrere certi particolari della sua vita di adolescente e di “iniziato” nel mondo dello spettacolo non mancano le somiglianze con il regista riminese: entrambi tutto sommato provengono da un ambiente “di periferia”. Fellini da Rimini, Allen da una Brooklyn che, per un ragazzo che era nato l’1 dicembre del 1935 da genitori ebrei di modeste origini, doveva avere rappresentato per lungo tempo un mondo chiuso, che si estendeva al massimo fino a Coney Island. Allen era ancora un ragazzo quando iniziò a guadagnare scrivendo battute comiche per i giornali dell’epoca. Come fece Fellini per riviste come il Marc’Aurelio. Poi c’è la comune passione per comici come i fratelli Marx, per il cinema di Charlie Chaplin…
Divenuto un regista affermato, il debito di Woody Allen nei confronti di Fellini inizia a esplicitarsi. In uno dei suoi grandi capolavori, Io e Annie (Annie Hall, 1977) il regista e attore statunitense omaggia il maestro nella celeberrima scena in cui il protagonista Alvy (lo stesso Allen) si trova a fare la fila per entrare al cinema insieme a Annie (Diane Keaton) e orecchia infastidito l’intellettualoide – nella parte, un vero e proprio cameo, il filosofo canadese Marshall McLuhan – che dice la sua sui film del regista riminese: «Ho visto l’ultimo Fellini giusto lunedì scorso, non è uno dei migliori…».
Qualche anno dopo (1980) Stardust memories («un film secondo me un po’ incompreso» dice Allen nella sua autobiografia) si colloca nell’elenco dei film che direttamente si ispirarono ad “8 ½”. «Ma Allen non è Fellini» titolava una recensione del critico Giovanni Grazzini sul Corriere della sera dell’epoca: «Si gradirebbe – scriveva – che per chinarsi sullo specchio di Narciso e raccontare i propri strazi tra il serio e il faceto, Woody Allen ricorresse a uno stile personale, non si appropriasse di quello di Fellini».
L’occasione per un nuovo esplicito omaggio al riminese si ripresenta per Allen in anni recenti, con il film To Rome with love (2012), con una trama che rimanda al film d’esordio di Fellini, Lo sceicco bianco.
Presidente della Fondazione
Nel 2001 Allen fu anche nominato presidente onorario dell’allora Fondazione Fellini. Una carica che accettò «per onorare un artista di cinema così grande» affermò nel gennaio 2001 in un articolo del Corriere della Sera a firma Maurizio Porro. «In realtà fu una carica molto onoraria, nel senso che poi, dopo avere accettato, in realtà non fece nulla e non riuscimmo più a sentirlo» ricorda l’allora direttore della Fondazione riminese Vittorio Boarini. Ad Allen si era arrivati attraverso l’allora presidente della Fondazione Felice Laudadio.

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